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Economia e Finanza

FINANZA/ 2. Twitter e la "maledizione" di internet in borsa

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Non è un caso che la presentazione della documentazione da parte di Twitter sia arrivata pochi giorni dopo la maggiore acquisizione realizzata dall’azienda, quella di MoPub, società per la pubblicità mobile, un’operazione il cui prezzo non è stato comunicato, ma che valuterebbe MoPub 300-400 milioni di dollari. E che soprattutto spiana la strada, per la prima volta, a un’espansione di Twitter al di là del proprio sito, poiché la società appena acquisita continuerà a offrire servizi ad altri siti: insomma, gli stessi gestori di Twitter hanno capito che l’effetto novità e l’ubriacatura da ashtag ha ormai il fiato corto, soprattutto se si vuole continuare a macinare profitti e non si vuole tramutare il collocamento in Borsa in un mezzo flop, se non in un vero e proprio buco nell’acqua, come successo in altri casi. In effetti, a godere del collocamento rischiano di essere chi già detiene titoli grazie al trading da investimento privato o i dipendenti attraverso le stock options, un mercato sotterraneo ma molto attivo che di fatto ha già spostato l’asticella della valutazione di Twitter verso l’alto, a quota 16 miliardi di dollari.

E proprio il disastroso esordio borsistico di Facebook potrebbe far propendere per un profilo basso in sede di Ipo, poiché è meglio arrivare al fatidico giorno paradossalmente sottodimensionati ed entrare subito in rally, che combattere per mesi non in vista di guadagni ma per non perdere il valore nominale di collocamento. Come ho già detto, sono parecchi i precedenti che invitano alla calma, mentre altri fanno sfregare le mani. Google, ad esempio, collocata nel 2004 e capace di racimolare nell’Ipo 1,7 miliardi di dollari, cifra che portò la valutazione dell’azienda a 27 miliardi di dollari. In pochi giorni, circa 1000 dipendenti di Google si scoprirono milionari, mentre i fondatori addirittura miliardari grazie all’Ipo, nonostante un crollo dell’ultimo minuto del prezzo di collocamento e un’intervista di sette pagine su Playboy pubblicata poco prima dell’offerta pubblica che rischiò di far saltare il collocamento. In meno di dieci anni, il titolo è passato da 85 dollari per azione a 893 dollari, garantendo a Google un market cap di 297,5 miliardi di dollari.

Destino un po’ diverso quello toccato a Facebook, valutata circa 100 miliardi di dollari prima dell’Ipo ma con il prezzo del titolo sceso del 50% nei tre mesi seguiti al collocamento nel maggio dello scorso anno. Il primo giorno di contrattazioni, poi, fu un vero incubo: una serie di guai tecnici, costrinsero i sottoscrittori a entrare in azione e comprare titoli affinché il prezzo non scendesse sotto il livello di collocamento di 38 dollari per azione. Un aumento dei ricavi generato dal settore mobile ha poi fatto in modo che il titolo si stabilizzasse e questo mese sia salito per la prima volta dall’Ipo sopra quota 45 dollari: il bicchiere mezzo vuoto, però, per chi ha comprato al picco, è che ad oggi è solo andato in pari con l’investimento.

Legata a Facebook è poi Zynga, l’azienda che ha inventato Farmville, la quale ha raccolto 1 miliardo di dollari nell’Ipo, emettendo 100 milioni di titoli a 10 dollari per azione, portando la valutazione del gruppo a 7 miliardi di dollari. Ma se la febbre per i giochi per smartphone è sempre in crescita, in calo sono invece le quotazioni di Zynga, che si è vista rubare clienti dal concorrente più acerrimo, quel king.com che può contare su Candy Crash e Bubble Witch. Lo scorso giugno, Zynga ha annunciato il taglio di 520 posti di lavoro per risparmiare oltre 80 milioni di dollari: il titolo è crollato, trattato oggi a 3,10 dollari per azione dal massimo di 14,69.