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FINANZA/ 2. Twitter e la "maledizione" di internet in borsa

Il popolare sociale network sta per debuttare in borsa. I suoi predecessori, ricorda MAURO BOTTARELLI, dopo l’iniziale euforia dei mercati sono spesso dovuti correre ai ripari

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Era nell’aria, era nei numeri e alla fine è arrivato. Dopo il debutto in Borsa di Facebook nel 2012, ora è la volta di un altro social network, Twitter, il sito di microblogging più famoso del mondo che ha presentato i documenti alla Sec, l’autorità borsistica statunitense, per l’offerta pubblica iniziale. Ovviamente, la compagnia non poteva che annunciarlo con un tweet: «Abbiamo presentato in via confidenziale il documento S-1 alla Sec per l’Ipo. Questo tweet non costituisce un’offerta per eventuali titoli in vendita». Altro non si sa, se non che gli analisti stimano per Twitter un valore di 10 miliardi di dollari e che del collocamento si occuperà Goldman Sachs, garanzia assoluta di “pump and dump”. Anche perché Twitter gioca a carte molto coperte questa sua Ipo. Negli Stati Uniti, infatti, le aziende che registrano meno di un miliardo di dollari di ricavi all’anno possono presentare alla Sec la documentazione per l’Ipo in modo confidenziale, grazie al Jobs Act (Jumpstart Our Business Startups Act) varato dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, nel 2012. Questo consente di mantenere segreti i dettagli finanziari dell’operazione per tre settimane dal momento della presentazione della richiesta di collocamento, non esattamente una politica di trasparenza ma in tempi come questi sarebbe parso strano il contrario.

Nato nel marzo del 2006, Twitter pare destinato a un successo già scritto, nonostante i ben poco lusinghieri precedenti di sbarco a Wall Street di altri social network o aziende a essi collegati: non è infatti facile capire le potenzialità del modello di business di questi colossi della connessione globale e resta un’incognita la loro capacità di sviluppo, oltre che il tasso massimo di espansione e acquisizione di nuovi utenti, soprattutto in mercati sterminati ma molto restrittivi sulle comunicazioni, come la Cina. Resta poi l’enorme dubbio che le quotazioni folli che vengono assegnate a queste aziende, ricordiamo i 100 miliardi di valutazione di Facebook, non siano legate al prodotto in sé, ma al valore occulto che esso offre ad agenzie di intelligence, aziende di marketing e data providing: insomma, sono i dettagli sulle nostre vite che questi social network carpiscono e immagazzinano a renderli così appetibili, non il fatto di poter scrivere ciò che ci salta per la testa e farlo leggere ad amici e followers.

Lo scorso gennaio Twitter fu valutata 9 miliardi di dollari, quando BlackRock acquistò i titoli dai dipendenti della società, ovvero un miliardo in più rispetto all’investimento di Dts Global nel 2011. Con oltre 300 milioni di utenti registrati, di cui oltre 200 milioni di utenti attivi al mese e 400 milioni di tweet al giorno, Twitter ha sì rivoluzionato il linguaggio e il modo di comunicare, tramutando il famoso cancelletto, #, in un qualcosa di globalmente immancabile - tanto che anche Facebook ha dovuto correre ai ripari in tal senso - ma come si possa ulteriormente rafforzare la sua forza di penetrazione, rimane un mistero. Jack Dorsey, il fondatore di Twitter, ha lanciato il primo tweet il 21 marzo 2006 e da allora oltre 170 miliardi di tweet sono stati inviati, secondo i dati di Dashburst: l’utente medio ha 208 followers e trascorre in media 170 minuti al mese sul sito, ma in molti temono che nel medio periodo anche Twitter subirà la sindrome di de-logging che ha già colpito Facebook, ovvero utenti stanchi del servizio e che, semplicemente, lo abbandonano.