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FINANZA/ Così Letta può "liberarsi" dell’Ue

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Olli Rehn (Infophoto)  Olli Rehn (Infophoto)

Quando si parla, dunque, di divergenze all’interno dell’Eurolandia, bisogna considerare anche tutti questi fattori per così dire atipici. Uno studio di tre economisti della Banca d’Italia sulla reazione dei diversi paesi agli stimoli monetari prima e dopo l’euro, mostra che l’Italia si muove in modo asimmetrico nei consumi e nell’occupazione. Entrambi sono rigidi: i consumi cadono più lentamente quando c’è la stretta, l’occupazione stenta a muoversi verso l’alto quando c’è la ripresa. È la conseguenza di resistenze sociali ed economiche che rendono l’Italia un Paese vischioso, meno permeabile al cambiamento. E qui la colpa non è dell’euro. Ciò mette sul banco degli imputati il mercato del lavoro. La riforma vera è tutta da fare, Monti e Letta hanno ceduto alle pressioni corporative dei sindacati e della Confindustria che si mettono insieme per chiedere al governo senza dare nulla di sostanzioso. Un patto conservatore che rappresenta la zavorra più pesante e pericolosa.

Dove Rehn entra in contraddizione è sulla politica fiscale. Non si possono fare riforme incisive (quindi dolorose) senza accompagnarle con un aumento della domanda, non solo per attutire l’impatto sociale, ma per evitare che peggiorino la recessione nel breve periodo (visto che i miglioramenti si vedranno solo dopo tre anni). Lo ha spiegato ampiamente il Fondo monetario internazionale, esistono fior di studi del capo economista Olivier Blanchard, e poi, se non bastasse la dottrina, c’è sempre il buon senso. È stato detto mille volte, ma bisogna sempre ricordarlo: la riforma del mercato del lavoro in Germania è stata fatta nel 2003 mentre il governo sfondava per tre anni il limite del 3% al disavanzo pubblico.

Il ministro Schäuble potrebbe replicare che nel 2010 i lavoratori dei grandi gruppi tedeschi hanno accettato di ridurre il salario e aumentare l’orario, pur di salvare il posto di lavoro. Ma la riforma era già in opera da almeno cinque anni e il mercato più flessibile consente di cogliere meglio la ripresa e ridurre il tasso di disoccupazione. Non va sottovalutato, sia chiaro, l’impatto del taglio nelle retribuzioni. I socialdemocratici accusano la Merkel di aver affamato gli operai (quasi la metà delle buste paga oggi è inferiore alla base contrattuale); dal punto di vista economico, questa deflazione salariale è stata l’equivalente di una svalutazione che ha dato ulteriore impulso alla ripresa. In fondo in fondo, è quello che chiede Rehn all’Italia: più flessibilità in uscita e riduzione del costo del lavoro.



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COMMENTI
18/09/2013 - oddio Olli (Claudio Baleani)

Olli Rehn è riuscito a dar ragione a Grillo e far fare bella figura anche a Gasparri.

 
18/09/2013 - Lo scivolone di Berlusconi (Corrado Rizzi)

Rhen ha anche detto di spostare la leva fiscale dal lavoro e dalle imprese agli immobili ed ai patrimoni. Quando Berlusconi ha detto all'Europa che l'Italia era sana perché i suoi cittadini risparmiano e l'80% hanno una casa, ha offerto la testa degli italiani su un piatto d'argento! Il governo smetta la smetta coi giochini e dia una sforbiciata netta ai costi della politica, in primis ai contributi alla UE! Ci dicono che fatichiamo a riprendere? Bene! Ci aiutino riducendoci del 20% i nostri contributi provvedendo a ridurre i loro costi! Qualcuno si vuol prendere la briga di calcolare quanti Md di € vale quel 20%?