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Economia e Finanza

FINANZA/ I problemi che la Germania vuol nascondere all’Europa

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E nonostante le trombonate ambientaliste e la propaganda che la stampa tedesca ci propina, anche la rivoluzione verde voluta dalla Merkel dopo l’incidente di Fukushima rischia di colpire al cuore la locomotiva d’Europa. Non lo dico io ma bensì la BDI, la Confindustria tedesca, la quale ha chiesto al governo un drastico cambiamento nelle politiche energetiche, visto che l’investimento da 1 triliardo di euro in solare, eolico e altre fonti rinnovabili sta portando i costi dell’energia «a livelli che possono danneggiare la competitività tedesca». Già oggi l’elettricità costa il 30% in più che nel resto d’Europa e il doppio che negli Usa, per non parlare del costo del gas che grazie alla rivoluzione Usa dello scisto vede ora l’esborso europeo quattro volte quello statunitense (in Germania ci sarebbe l’opportunità di sfruttare lo shale gas, ma la lobby dei birrai ha fatto muro poiché il fracking, il processo di trivellazione estrattiva, potrebbe inquinare le acque e mettere a repentaglio la Purity Law della birra teutonica. E non sto scherzando). Scommettiamo che l’obiettivo di ottenere il 50% dell’energia necessaria dalle rinnovabili entro il 2030 e l’80% entro il 2050, se non andrà in soffitta, subirà un bel rallentamento?

Inoltre, la produttività per unità di lavoro è cresciuta solo dello 0,6% l’anno dal 2000 al 2010, rispetto all’1,4% di media dei paesi avanzati: lo dice l’Ocse, non il sottoscritto. Mentre la Banca Mondiale cosa dice? Dice che la Germania è al posto numero 106 del ranking globale per la facilità di fare business, al 31mo posto per la banda larga mobile, al 75mo per la solidità delle banche, al 127mo per la facilità di assumere e licenziare e al 139mo per la flessibilità salariale: insomma, non è che proprio possono dare lezioni al mondo intero. Inoltre, il reddito pro-capite medio dal lancio dell’euro in Germania è cresciuto a un tasso che è la metà di quello francese, essendo però Parigi la pentola a pressione pronta a scoppiare nell’eurozona. Quindi, a cosa deve la sua primazia continentale la Germania? All’abbattimento salariale, allo sfruttamento di tassi nominali più bassi che permettono alle Pmi tedesche di prendere denaro al 2,5% contro il 5-6% di quelle italiane o spagnole, alla concorrenza di fatto sleale in un rigidità di cambio e in un sovradimensionamento dell’euro che uccide i paesi a vocazione manifatturiera come il nostro.

Con la domanda dai mercati emergenti in calo, poi, anche la vocazione all’export finirà e il mondo capirà che la Germania ha giocato sulla pelle dei suoi cittadini, barattando tagli salariali per surplus commerciali resi possibili unicamente dagli investimenti in eccesso cinesi. Per finire, il trend demografico, molto simile a quello giapponese, che stando alla Commissione europea vedrà un calo della forza lavoro pari a 200mila unità in meno l’anno fino al 2020. Una bomba, quindi, anche per il sistema pensionistico, visto che il think tank Open Europe in uno studio parla di «bomba a orologeria demografica, visto che le liabilities per la sicurezza sociale portano già oggi il livello del debito pubblico tedesco sul Pil al 192%». Mentre l’Italia, riforma da massacro dopo riforma da massacro, è al 146%.

Ora, che il nostro Paese sia malandato non lo scopro io, ma siamo proprio sicuri di prendere lezioni da maestri che si arrogano da soli il diritto a quel ruolo? O meglio, siamo sicuri che le loro lezioni, le loro ricette, le loro imposizioni, siano per il nostro bene e per quello dell’Ue e non per il loro? Sapete, fino a pochi mesi fa la questione delle liabilities all’interno del sistema Target2 era bollato come un falso problema, soprattutto in Germania, dopo solo l’Ifo Institut ha dato vita a un dibattito al riguardo. L’altra sera, invece, sempre Udo Gumpel ha parlato chiaro e in maniera preoccupata con Stefano Fassina di quei soldi che la Bundesbank avrebbe prestato alla Banca d’Italia attraverso Target2 e con l’approvazione magnanima e benevola della Merkel verso un questuante Draghi in cerca di quattrini per il suo scombiccherato Paese. Ora, come ci ricorda Lorenzo Bini-Smaghi nel suo libro “Morire di austerity” (certo vincitore della categoria “Non aprite quel libro”, visto il silenzio mediatico che lo ha attorniato, al netto di contenuti tutt’altro che scontati), proprio Angela Merkel è rimasta convinta della possibilità di espellere la Grecia dall’eurozona fino al tardo autunno del 2012, salvo poi essere riportata a più miti consigli proprio dalla Bundesbank, la quale le fece notare i 574 miliardi di euro di crediti che vantava verso le banche centrali di Grecia, Portogallo, Irlanda, Italia, Cipro e Slovenia attraverso il programma Target2.