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AUMENTO IVA?/ L'Ue si "prende gioco" dell'Italia

Pubblicazione:mercoledì 25 settembre 2013 - Ultimo aggiornamento:mercoledì 25 settembre 2013, 12.33

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Il governo Letta sembra ormai avere preso atto che un aumento dell’aliquota Iva al 22% non è più rinviabile. Il rapporto deficit/Pil cresciuto al 3,1% rischia di riaprire la procedura di infrazione Ue, e il commissario europeo per gli Affari economici e monetari, Olli Rehn, nel corso del suo recente intervento di fronte alla Camera dei deputati ha fatto capire che l’Ue non farà sconti. Il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, si dichiara pronto a dimettersi se non scemeranno le pressioni sul Governo, mentre il Premier Enrico Letta sembra voler tagliare il cuneo fiscale più che badare all’Imposta sul valore aggiunto. Per Antonio Maria Rinaldi, professore di Economia internazionale all’Università di Chieti-Pescara, «l’aumento dell’Iva va evitato a tutti i costi perché si tratta di un’imposta iniqua e recessiva. Il governo Letta non è stato capace di fare valere le ragioni italiane sui tavoli europei, mentre bisognerebbe invocare l’articolo 11 della Costituzione, che consente di cedere porzioni della nostra sovranità solo a parità di condizioni».

 

Professor Rinaldi, ritiene che l’aumento dell’Iva vada evitato?

L’aumento dell’Iva va evitato assolutamente. Il primo motivo è che si tratta di un’imposizione iniqua, che colpisce tutti indistintamente a prescindere dal reddito. Ma soprattutto va a colpire i consumi, rispetto ai quali in questo momento c’è una contrazione sensibile. Dall’inizio dell’anno c’è stato un crollo verticale della spesa degli italiani, e quindi anche del gettito Iva. Aumentare l’aliquota avrebbe come conseguenza il fatto di diminuire sensibilmente le entrate.

 

Al di là dell’aumento o meno, che cos’altro non la convince dell’Iva?

Si parla tanto di “unione fiscale” e l’Iva è una tassa comunitaria. Mi domando come sia possibile che dal 7 febbraio 1992, cioè dall’entrata in vigore del Trattato di Maastricht, non si sia riusciti a uniformare le aliquote Iva nell’ambito di tutti i paesi del mercato comune. In Europa abbiamo la libera circolazione dei beni e servizi, ma per fare un paragone è come se ci fossero aliquote Iva diverse a seconda che ci si rechi a Torino, a Roma o a Milano.

 

Lei ritiene che il tetto del 3% nel rapporto deficit/Pil vada rispettato?

No, anche perché altri paesi, a iniziare dalla Francia, dal 2000 a oggi lo hanno sforato più volte. L’Italia d’altra parte si trova in una crisi recessiva senza precedenti, se non con l’eccezione del 1929, e non si capisce quindi perché le regole debbano essere così rigide soltanto nei nostri confronti. La Francia oggi ha un rapporto deficit/Pil del 4,5% e la Spagna del 7%. Ciò che è mancato al nostro governo è stato un minimo di capacità di aprire una trattativa per sforare anche di pochi decimi il tetto prestabilito.

 

Un ulteriore indebitamento farebbe bene all’Italia?


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COMMENTI
25/09/2013 - commento (francesco taddei)

non è che letta "non è stato capace", non ci ha provato proprio perchè nei politici italiani senza identità nazionale l'interesse da perseguire è l'approvazione delle istituzioni europee, non l'obbligo di rappresentare il proprio popolo(italiano).