BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Economia e Finanza

ALITALIA/ Caro Lupi, perché al posto di Air France non seguiamo "l'italiana" El-Al?

InfophotoInfophoto

Davvero un bell’esempio di Sistema-Paese, non le pare? I dieci anni successivi trascorsero con un’aerolinea sempre in bilico sul baratro, fino ad arrivare al fatidico “salvataggio” del 2008, dopo la fallita privatizzazione proposta da Air France che avrebbe sborsato ben 5 miliardi di euro, oltretutto con un piano che mirava a rinforzare il settore del lungo raggio, quello dove si operano da anni i ricavi dei principali vettori. Un’operazione, come ben ricorderà, lardellata di patriottismo di stampo risorgimentale con il fatidico gruppo di patrioti industriali pronti a far risorgere i destini dell’Italia nei cieli. E capitanata proprio dal fondatore del suo partito.

Chissà se Garibaldi, Mazzini, Cavour e Vittorio Emanuele II hanno tentato di forzare i robusti e pesantissimi sarcofaghi in cui giacevano, visto che i nuovi padroni non avevano curriculum proprio degni dell’Inno di Mameli, ma tant’è, nell’ubriacatura mediatica di quel periodo che individuava i colpevoli del disastro nei dipendenti fannulloni e privilegiati della compagnia si era trovato l’italico capro espiatorio. Peccato però che i numeri dicessero il contrario, che il costo del lavoro in Alitalia fosse il più basso in assoluto, inferiore alla media europea, mentre invece le spese per l’organizzazione della compagnia costassero ben il 94% dei ricavi, contro la media europea del 63%.

A leggere queste cifre, peraltro in possesso di gran parte della stampa ma mai pubblicate, il solo Piero Ostellino ebbe a esprimere dubbi su tutta l’operazione, definendola in un articolo pubblicato su Il Corriere della Sera “la più grande porcata tra potere politico e imprenditoriale del dopoguerra”. Di irregolarità, per così dire “tecniche”, tutta la manovra ne ebbe, al punto da meritarsi una condanna da parte dell’Unione europea con una sentenza del giugno del 2009 (anche questa ben celata dalla stampa) dove il Governo italiano è stato condannato a pagare multe salatissime. Ma dove l’arte dell’harakiri raggiunge il culmine è nella cura proposta dal nuovo staff per rilanciare Alitalia, che in pratica licenzia circa 10.000 lavoratori tra i più anziani ed esperti (in un campo dove il know-how fa la differenza è un autogol di per sé già notevole) e punta alla resurrezione in un piano denominato “Fenice”, che in pratica cambia ben poco mantenendo Alitalia nell’eterno limbo dimensionale di una compagnia troppo piccola per essere un vettore globale e troppo grande per uno regionale e strutturando la flotta principalmente sul medio e corto raggio, pensando che basti far scendere il costo del lavoro per battere le low cost o mettersi sotto l’ombrello del monopolio delle rotte nazionali imposto dallo Stato per fare ricavi, dimenticandosi dei treni ad alta velocità.

Siamo ormai alla vigilia dell’ennesimo disastro economico provocato da scelte a dir poco irrazionali che, oltre ad aver dato origine al più grande licenziamento di massa della storia della Repubblica, sta privando l’economia italiana del controllo di uno degli asset più importanti, quello del trasporto aereo. Credo sia inutile ricordarle come Air France, una volta in possesso di Alitalia, la ridurrà a semplice vettore regionale e controllerà le leve di un trasporto che è essenziale per il progresso economico di una nazione: basti pensare alle ricadute su di un altro settore importantissimo, quello del turismo. Inutile illudersi del contrario, a meno che...


COMMENTI
26/09/2013 - Inoltrare al sign.Renzi per approfondimenti. (MASSIMO BERTOLESI)

Non conosco il tema "Alitalia" salvo per ciò che ho appreso via via dalla stampa.Gazzoli argomenta bene ed ha un punto di vista stimolante.E' fondato ciò che scrive?Non lo so.Sicuramente chi si è occupato fino ad oggi di Alitalia, a diverso titolo ed a caro prezzo,ne sapeva quanto se non meno di lui. Fossi in Gazzoli, indirizzerei però la missiva al sign.Renzi, che è ambizioso e sgomita per trovare un posto in prima fila. Sono convinto che in tanti vorremmo vederlo confrontarsi con problemi concreti, anche di politica industriale. D'altra parte,le vicende di questi giorni,in cui sono(di nuovo)coinvolte grandi aziende italiane, sollecitano la politica a un rapido cambiamento di rotta e di marcia. Non vedo questa capacità dentro il governo:si attiva solo se ha il fiato sul collo di chi, da fuori, ha i numeri e scalpita per prenderne il posto.