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Economia e Finanza

FINANZA/ Così Berlusconi prepara il "far west" dei mercati

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Ma di miracoli non ce ne sono in atto, tantomeno in Spagna. È inutile gioire per una dato Pmi frazionalmente sopra quota 50, quando il tasso di disoccupazione − sia totale che giovanile − continua a salire a livelli record, i consumi sono stagnanti e il credito bloccato. E, stando alla logica keynesiana, questi ultimi due dati sono le forze trainanti della crescita economica. Ma non basta. Ci sono due dati che dimostrano, senza possibilità di discussione, come la Spagna sia su una strada pericolosissima. 

Il primo, i prezzi degli immobili sono scesi del 36,5% dai massimi del boom zapateriano, un record negativo assoluto e sono calati del 15,7% in termini reali solo nel 2012. Lo scorso trimestre il calo è stato di un ulteriore 6,5%, quindi è più che probabile che il trend proseguirà per tutto il resto dell'anno. Addirittura, Standard&Poor's prevede un calo di un'altro 13% nel 2014. L'altra faccia della medaglia di questa situazione, strettamente correlate tra loro, è quella del settore bancario, soprattutto delle sofferenze salite a giugno al record assoluto dell'11,6%, il peggior dato da cinquant'anni a questa parte. Di più, i prestiti alle aziende non finanziarie nel mese di luglio sono scesi dell'1,3%, mentre da inizio anno il calo è stato del 10%, stando a dati della Bce. Un risultato ben peggiore della contrazione mensile registrata in Grecia e Portogallo, entrambe pari allo 0,9%. Non ci vuole Milton Friedman per capire che con il mercato immobiliare destinato a restare sotto pressione addirittura anche l'anno prossimo, il numero delle sofferenze non potrà che continuare a peggiorare. Al netto del fatto che la Spagna ha già ricevuto 41 miliardi di euro dall'Ue per ricapitalizzare le sue banche, oggi combinate peggio di quando si decise per il salvataggio. 

Ora, calcolando che in base ai demenziali criteri valutativi dell'Eba, le banche spagnole non scontano in sede di stress test il conteggio degli incagli come accade a quelle italiane, la situazione degli istituti iberici è ben peggiore anche di come appare. Come è possibile, quindi, che i mercati scontino meno di 10 punti di spread tra noi e la Spagna? L'Italia non sta certamente bene, i dati macro parlano chiaro ma nessuno, in buona fede, può dire che le banche spagnole stiano meglio delle nostre o che la situazione occupazionale sia migliore a Madrid che a Milano. 

Il mio timore, quindi, è che l'Italia sconti qualcos'altro, ovvero l'appetito che si genera in chi non aspetta altro che un peggioramento della crisi per mangiarsi in un sol boccone i pochi gioielli che ancora il nostro settore industriale e bancario offre. Nessuno punta a colonizzare la Spagna, questo è chiaro, mentre Eni, Enel, Finmeccanica, oltre alle banche sono da tempo nei desiderata stranieri. Desideri che, in caso di tracollo politico e conseguente attacco speculativo, diverranno a prezzi di saldo, visto che saremo costretti a chiedere aiuto a Ue e Fmi.