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FINANZA/ Così Berlusconi prepara il "far west" dei mercati

Pubblicazione:giovedì 5 settembre 2013 - Ultimo aggiornamento:giovedì 5 settembre 2013, 16.23

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Per quasi tutto il giorno mercati in ribasso ieri in Europa, con l'Italia che conosceva un'altra giornata in profondo rosso. Lo spread, in compenso, non ha subito scossoni enormi, un aumento di 4 punti base attorno all'ora di pranzo rispetto al valore dell'apertura di contrattazioni ma qualcosa faceva intuire strani movimenti sui mercati: il differenziale tra Bonos spagnolo e Bund, contemporaneamente, scendeva di 2 punti base, salvo tornare sui livelli del mattino. Niente di ecclatante ma qualcosa che dovrebbe farci capire come i mirini degli investitori siano fissi su due obiettivi: la Siria e l'Italia. 

L'opzione bellica in Medio Oriente, infatti, sta facendo muovere i mercati in maniera totalmente irrazionale rispetto ai fondamentali macro: la "rotazione di guerra" non sta sortendo l'effetto sperato ma rispetto alla giornata di martedì, ieri il formale via libera del Congresso all'attacco militare ha fatto in modo che il rendimento del decennale Usa si allontanasse da quota 3%, la soglia psicologica che potrebbe determinare quasi in toto le scelte della Fed in vista della riunione del 17 e 18 settembre. Il denaro cerca una collocazione che non trova, si muove nervosamente, sembra una mosca chiusa dentro un bicchiere: va a destra e sbatte, va a sinistra e sbatte. 

I mercati asiatici, tolta l'India grazie alle speculazioni su nuovi, drastici interventi della Banca centrale, sono ormai in profondo rosso, Indonesia in testa. L'America trattiene il fiato: petrolio e oro restano poco mossi a metà dei valori del rally innescato dal primo intervento di John Kerry, l'obbligazionario sovrano viaggiava al 2,87% di rendimento sul benchmark decennale e le preoccupazioni montavano soprattutto rispetto ai riflessi che quelle fluttuazioni potranno avere non solo sui mutui immobiliati ma anche sulle emissioni di bonds corporate, Verazon ne sa qualcosa. L'Europa, come sempre, non sa quale direzione prendere: il Bund a dieci anni restava sopra quota 1,90% di rendimento, sintomo di perdita di appeal temporanea per i beni rifugio (ma l'attacco siriano non potrà che ribaltare questo trend) e di tensione in vista delle elezioni del 22 settembre. 

Poi, l'Italia. Ieri il barometro del governo diceva nuovamente tempesta, con il Pdl pronto a rompere e il Pd spaccato dall'offensiva di Matteo Renzi nella disputa per la leadership. Non è una novità per il nostro Paese e gli investitori lo sanno, ci conoscono ma quel segnale di inversione dei differenziali nostro e spagnolo rispetto al Bund mi lascia interdetto. Per una questione molto semplice. Al netto dei dati trionfalistici sui dati macro che spacciano i vari indici Pmi, io vedo una netta correlazione tra la situazione attuale e quella di inizio 2011: all'epoca, l'ottimismo regnava sovrano ma ci volle poco prima che ci venisse tolto il tappeto rosso da sotto i piedi e scivolassimo in un recessione netta. Oggi la Spagna è diventata il vero benchmark della cosiddetta ripresa dei Paesi periferici: non la Grecia, il Portogallo o l'Italia. Ogni minima variazione macro in Spagna, come ad esempio l'aumento degli occupati nel settore turistico, dato ovviamente stagionalizzato e che non può essere visto come elemento tendenziale, fa gridare al miracolo. 


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