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Economia e Finanza

FINANZA/ Perché non "vendiamo" l'Italia al resto del mondo?

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Per la cultura pressappoco lo stesso giochino.

La ricchezza, estratta da quel bendidio, solo il 2,5 per cento del Pil.

Bastano a occhio e croce 45 miliardi di euro l’anno, il 3 per cento del Pil.

3,4 euro per ogni cittadino del mondo; lo 0,004 per cento di 10 mila miliardi, il costo stimato della crisi economica, per avere in concessione quel bendidio.

Seppur non sia tutt’oro quel che luccica, questi beni, non replicabili, si possono acquisire: un tesoro inestimabile che i cittadini del mondo possono avere a disposizione; un ricostituente per la mente.

Aumenta il capitale umano degli umani, migliora la qualità delle loro azioni.

Ai nativi resta l’incombenza della salvaguardia, la manutenzione, la valorizzazione: oplà lavoro.

Dovranno dare pure supporto organizzativo, logistico, gestionale a vacanze da favola e a “fermenti di acculturazione” per il resto del mondo: ancora lavoro, vieppiù ricchezza.

Avranno cash per rattoppare i buchi di bilancio.

Chi vende tali risorse?

I governatori della politica carioca e quelli dello stivale.

Chi le acquista?

La proprietà pubblica: quelli della politica del resto del mondo.

Chi organizza, gestisce, paga l’affare?

Be’, può l’Onu, il Wto, l’Fmi persino la Bri, fate voi!

Si acquista per il mondo, si restituisce ai cittadini del mondo un diritto, l’uso gratuito; un investimento per il domani. Sotto sotto un nuovo credito alla politica.

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