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FISCAL COMPACT/ Un referendum contro il suicidio dell'Italia

Pubblicazione:venerdì 10 gennaio 2014

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“No” alla modalità con cui stiamo cercando di raggiungere questa sostenibilità, che è quella del Fiscal compact. Il Fiscal compact scritto dall’Europa dice che la sostenibilità del debito pubblico che abbiamo inserito nella Costituzione, con una legge ordinaria del 2012 che importa i regolamenti europei, la dobbiamo fare riducendo appunto il debito del 5% del Pil ogni anno per 20 anni. Ecco, non è la norma costituzionale della sostenibilità del debito che ci preoccupa, ma il modo in cui questa sostenibilità viene definita a livello europeo. Noi rifiutiamo quell’interpretazione, perché secondo noi genera quel pilota automatico di cui parlavo poco fa.

 

Come dev’essere intesa, secondo voi, la sostenibilità del debito?

Vogliamo tornare a una definizione di sostenibilità del debito pubblico così com’è prevista dalla nostra Costituzione, che sia capace cioè di generare vera stabilità dei conti tramite crescita economica e manovre che favoriscano quella crescita che rende il debitore Italia credibile di fronte a chi gli presta quotidianamente dei soldi. Perché noi sappiamo che un debitore è credibile solo quando cresce. Come una banca presta denaro a un’azienda sana, così un creditore presta a uno Stato che è capace di generare risorse per ripagare il debito. Noi invece stiamo distruggendo risorse e ne abbiamo sempre meno per ripagare un debito che cresce sempre di più.

 

Qual è la vostra proposta?

Vogliamo eliminare queste clausole con un referendum abrogativo. C’è chi dice: è vero che non state facendo un referendum sulla Costituzione, che non si potrebbe fare, ma lo fate su una legge ordinaria che però proviene da un trattato internazionale e la Costituzione dice che sui trattati internazionali non si possono fare referendum. Piccolo problema.

 

A cosa si riferisce?

Nella nostra opinione il Fiscal compact non deriva da un trattato internazionale, non ha valenza di trattato.

 

Perché?
Perché non è stato sottoscritto dalla Repubblica Ceca e dalla Gran Bretagna, quindi è semplicemente un accordo intergovernativo e, come tale, non ha la forza di un trattato. Pertanto la legge ordinaria può essere sottoposta al voto. Ovviamente sappiamo di muoverci su un terreno minato. Ecco perché, prima di lanciare un’iniziativa referendaria vogliamo valutare bene con i migliori giuristi che ci sono in Italia se questa legge può essere ammessa al referendum con buona probabilità quando verrà portata all’attenzione della Corte Costituzionale e come va eventualmente strutturato. Non ci muoviamo quindi fino a quando abbiamo verificato la percorribilità di questa via.

 

Se non risultasse percorribile?

Troveremo altri strumenti di lotta. Crediamo tuttavia che ci siano tutte le premesse per avviare un percorso di questo tipo. Crediamo anche che siano queste le premesse giuste per far tornare il progetto europeo nei suoi giusti binari. Vogliamo lanciare questo dibattito nel Paese: se avrà successo presto si tramuterà in una raccolta di firme nazionale. Qualcuno ci ha detto: attenzione, se il progetto passa i mercati crolleranno.

 

Voi cosa rispondete?

Più crollati di così! In Italia la situazione è praticamente identica a quando lo spread era a 400 con un’inflazione più alta. In questo momento l’Italia prende a prestito a tassi più alti della Germania. Perché i mercati non credono a questa Unione monetaria. Noi diciamo: guardate cosa è successo in Giappone quando è stato annunciato che per uscire dalla recessione si sarebbe fatta più politica monetaria espansiva e investimenti pubblici con politica fiscale espansiva: i mercati hanno celebrato questa scelta. Il mercato dei bond giapponesi ha esultato perché c’era bisogno dell’ingresso, raro ma essenziale, della domanda pubblica, fino a quando non fosse tornata la fiducia. I mercati si nutrono di crescita ed è la crescita che nutre la stabilità dei conti pubblici.

 

Se il risultato fosse negativo?

Se il referendum dovesse dire: noi il Fiscal compact ce lo vogliamo tenere, sarebbe comunque un apprezzabilissimo momento di democrazia, che non sentiremmo come una sconfitta. Certo che se dovessero vincere i no abrogazionisti, allora il primo ministro italiano potrebbe andare a Bruxelles finalmente con tutt’altra forza a dialogare con i tedeschi. 



© Riproduzione Riservata.

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COMMENTI
10/01/2014 - NO al fiscal compact (Carlo Cerofolini)

Condivisibile il no al suicida fiscal compact e la ricerca di strumenti per abolirlo. Il problema però è riuscire a veicolare il messaggio ai cittadini di modo che, già da ora e soprattutto in vista delle prossime elezioni europee, premano sui partiti per far pesare il loro netto e forte dissenso su quest'argomento. Altro che fumosi jobs act e affabulanti fantasiosità varie.