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SPILLO/ Poste Italiane sulle orme di Sua Maestà

Pubblicazione:sabato 11 gennaio 2014 - Ultimo aggiornamento:lunedì 13 gennaio 2014, 20.33

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Alcuni interrogativi tuttavia, restano. È vero che il 2014 si è aperto con prospettive positive per i mercati azionari, che mostrano un evidente appetito di collocamenti iniziali (da Twitter a Wall Street a Moncler a Piazza Affari). Gli investitori si mostrano comunque molto selettivi: con posizionamenti diversi Twitter, Moncler e la stessa Royal Mail hanno vinto imponendosi come brand di grande richiamo, al di là delle cifre messe sul tappeto. Poste Italiane, sotto la guida di Corrado Passera prima e di Massimo Sarmi fino a oggi, ha registrato progressi sostanziali in efficienza, qualità del servizio, immagine e bilancio: ma non è certo un gigante globale del “mail and deliver” come Deustche Post o una solida “produttrice di utili” come Royal Mail. E poi la “polpa” aziendale di Poste rimane Bancoposta, fortissimo produttore-collocatore di servizi finanziari assicurativi retail: attività “di mercato”, innervata tuttavia nei ricchi circuiti della finanza parapubblica (Cassa depositi e prestiti).

Ancora: a Londra e a Berlino il ruolo dello Stato come azionista di blocco di una public company è vissuto addirittura come una garanzia, esattamente come la partecipazione dei dipendenti si muove su schemi collaudati. A Roma il caso Eni - più ancora di quello Enel - ha dato buoni risultati, grazie alla tradizionale autonomia del management, tanto che il collocamento progressivo della petrolifera statale italiana è stata probabilmente la sola privatizzazione italiana autenticamente di successo. Enel lo fu certamente per il venditore e in parte per l’azienda, ma non per i due milioni di italiani che sottoscrissero le azioni nel favoloso anno 2000. E i “postini” italiani - una delle ultime roccaforti del lavoro dipendente sindacalizzato nel Paese - che azionisti saranno, e da chi saranno finanziati?

La questione finale attiene comunque sempre alla domanda di mercato. Il giacimento di ricchezza finanziaria delle famiglie e il sistema bancario nazionale (comprese le ramificazioni nell’asset management) hanno dato prova di forte tenuta anche negli spazi di manovra ristretti e difficili degli ultimi anni. Il sistema bancario globale rimane a caccia di bocconi da “masticare”, certamente memore delle privatizzazioni “in stile Britannia” degli anni ’90. Operazioni che tuttavia sarà impossibile realizzare “tel quel” nel 2014, dopo che perfino la Corte dei conti italiana ha bocciato vere e proprie svendite come l’Ipo integrale di Telecom: un disastro per tutti (finanze pubbliche, risparmiatori privati, sviluppo dell’azienda, dipendenti, ecc.).

Sarà interessante osservare come i vari attori e ingredienti faranno maturare il dossier. Matteo Renzi, leader del Pd, al debutto come policy-maker, si è mostrato finora sospettoso verso privatizzazioni “per far cassa”. Però a conti fatti bisogna riconoscere che l’operazione Royal Mail di cassa ne ha fatta scorrere in modo accettabile, non disprezzabile: sia sul versante pubblico che su quello privato. Downing Street e la vicina City hanno mostrato un buon grado di cooperazione, perché - almeno all’inizio - tutti potessero “vincere”, ripartire. Vedremo se lo schema - almeno ora - è replicabile anche in Italia. 



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