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GEO-FINANZA/ 2014-18: le ragioni per una (nuova) guerra mondiale?

Pubblicazione:domenica 12 gennaio 2014

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Non è un caso che Jacques Attali, consigliere permanente di Mitterrand, Sarkozy e Hollande, intervistato il 29 dicembre 2013 da un gruppo di giornalisti sulla francese Radio Europe 1 (ascolta dall’istante di tempo 13:30), ha affermato che il mondo è pronto per un nuovo crac finanziario e per l’esplosione di conflitti armati tra superpotenze.

Attali ha affermato che il crac ci sarà, “ma non credo nel 2014; nel 2016-2017, non sappiamo. Guardate i grafici: il debito pubblico sta crescendo ovunque; ovunque si stampa moneta dal nulla; i veri fattori di crescita da riscontrare nel progresso tecnologico sono disfunzionali”. E saremmo minacciati da una iperinflazione o da una crisi di deflazione? “Da entrambe”, ha risposto Attali, “o da una guerra capace di sostituire l’inflazione come motore di crescita. Conosciamo da sempre questo fenomeno. Un forte conflitto tra Cina e Giappone potrebbe coinvolgere gli Stati Uniti tramite una reazione a catena di alleanze, come nel 1914. Altri potrebbero essere gli scenari, ma questa è l’ipotesi più probabile. Potrebbe accadere qualcosa intorno al Kurdistan, ove interagirebbero tutti i ‘covi di serpi’ della regione... Si deve pensare a tutti gli scenari i quali potrebbero, tramite una reazione a catena di reciproche alleanze, scatenare le grandi potenze e coinvolgerle in una guerra. Questo è possibile. Penso che da qualche parte vi sarà una grande tensione militare che creerà le condizioni per l’affiorare di una sorta di ‘economia di guerra’ capace di ingurgitare il debito pubblico mondiale, poiché il debito pubblico è ridotto soltanto dalla crescita o dalla trasformazione di debito in tasse. oggi siamo piuttosto nel secondo scenario”.

In costanza delle attuali logiche emergenziali e di austerità dettate dalla cultura economica monetarista, le prospettive sono davvero molto fosche. Per evitare il peggio si deve avere il coraggio, subito, di rompere le logiche perverse del sistema che dagli anni ‘80 hanno determinato la creazione di questi nefasti fattori forieri di guerra. L’economista Giorgio La Malfa (leggi Il Foglio 7 gennaio 2014) sostiene che l’Europa potrebbe giocare un ruolo. Gli europeisti, dichiara La Malfa, Italia per prima, dovrebbero subito distaccarsi dal “credo monetarista”: “La rassegnazione per le sorti dell’economia italiana e per le condizioni della disoccupazione, quella rassegnazione che fa accettare senza reagire una previsione di crescita del reddito di un misero 0,5-1 per cento al massimo nel 2014 e più o meno altrettanto nel 2015. Bisogna scrivere obiettivi più coraggiosi e calcolare quale fabbisogno pubblico possa consentirne il raggiungimento e va comunicato all’Europa questo risultato. Non discusso. Comunicato.Lo stesso Fondo monetario internazionale che, per anni, ha proposto le politiche del rigore si è reso conto che la crisi economica europea era stata accentuata da quelle politiche e, con garbo, ha proposto di rivederne l’impostazione”.


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