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SPY FINANZA/ La "scommessa" sospetta sull'Italia dietro il rialzo della Borsa

Pubblicazione:martedì 14 gennaio 2014

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Tornando a Basilea, la regola generale dell’accordo, inoltre, stabilisce che le banche facciano fronte agli shock da sole, mentre la banca centrale avrà il ruolo di garante di ultima istanza, intervenendo con un rafforzamento della liquidità nel caso in cui queste vadano sotto stress. Quindi, contraddicendo quanto deciso dai ministri delle Finanze europei sul finire del 2013, quando si ritrovarono proprio per legiferare riguardo i salvataggi bancari. Oppure no, oppure non c’è affatto contraddizione: quel “le banche facciano fronte agli shock da sole” è solo una formula per evitare di utilizzare il termine bail-in, ovvero quanto accaduto a Cipro, la tosatura di correntisti e obbligazionisti. Tanto è vero che le norme uscite dall’ultima riunione dell’Ecofin parlano della necessità di compiere bail-in su almeno il 7% delle liabilities totali prima di giungere a una nazionalizzazione e che questa non possa essere automatica ma discrezionale caso per caso, su decisione europea.

Non so voi, ma a me questi interventi continui sul sistema bancario, sempre e comunque a favore dei grandi gruppi e di chi punta molto sull’investment banking e non sull’erogazione di credito e gestione del risparmio, non piace. Soprattutto se penso al pressing che Bankitalia continua a fare sulle popolari per ottenere cambiamenti nella loro governance, ovvero snaturarle e tramutarle in banche commerciali, cosa che non mi pare la Bundesbank stia facendo con le Landesbank, oltretutto già salvate una volta con soldi pubblici. Inoltre, quanto deciso è pericoloso nel medio periodo, perché intervenire così sulla levarage ratio significa unicamente tutelare quelle banche che non operano come tali ma di fatto come hedge funds, con requisiti di capitale ben al di sotto delle equities e degli assets su cui si opera: a casa mia si chiama “azzardo morale,” ma forse anche questo concetto tanto vituperato va bene quando c’è da mettere in sicurezza l’esposizione del portafoglio derivati di Deutsche Bank, uno dei casi di netting più clamoroso al mondo, visto che senza questa pratica contabile degna della Parmalat di Fausto Tonna il gigante del credito tedesco ha una capital ratio reale sotto al 2% e una leverage implicita di 60 a 1! Cifre che parlano da sole e che portarono già nel 2012 a esprimersi in questi termini l’ex presidente della Fed di Kansas City, Tom Hoening: «È una situazione orribile, intendo dire che è orrendamente sottocapitalizzata. A Deutsche Bank non hanno margini di errore, visto che hanno una leverage ratio di 1,63%».

D’altronde, nulla che debba stupire, visto che nel gennaio 2012, lo stesso giorno in cui Deutsche Bank presentò grosse perdite trimestrali, il suo titolo guadagnò perché la banca aveva migliorato le ratio di capitale tagliando asset bilanciati sul rischio. Insomma, nello stesso giorno perdi miliardi di dollari ma innalzi la ratio di capitale: abbastanza ridicolo, ma con i magheggi e il netting Gegia diventa Monica Bellucci. E sapete a cosa sarebbe andata incontro Deutsche Bank il prossimo mese di giugno, nello stress test sulla leverage ratio, stando al bilancio del gigante tedesco depurato dal netting? Al fatto che la sua leva off-the-charts consisteva in esposizione ai derivati pari a 72,8 triliardi di dollari, 21 volte circa il Pil tedesco. Ah questi tedeschi, sempre pronti a bacchettare gli altri sul rispetto delle regole e poi così bravi a farsele cambiare in corsa a proprio favore...


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