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SPY FINANZA/ Spagna e Italia, i "guai" che lo spread non vede

Pubblicazione:giovedì 16 gennaio 2014

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Diverso il discorso per l’Irlanda, il cui nuovo decennale ha visto domanda per 14 miliardi di euro a fronte di un’offerta di 3,75 miliardi: in quel caso, il 14% dei compratori è stato statunitense ma per ragioni strategiche. Prendete, ad esempio, il più grosso detentore al mondo di debito irlandese, il fondo statunitense Franklin Templeton che detiene il 10% di tutto il debito di Dublino: è entrato in giostra ora? No, ha cominciato a speculare su quel debito da metà del 2012. E ora che tutti lo vogliono potrebbe decidere di disfarsene a prezzo di enorme realizzo.

C’è poi chi invece ammette di non credere troppo alla ripresa, ma solo alla riduzione del tail-risk sull’eurozona, ovvero il rischio improbabile ma non impossibile di un evento traumatico come la fine dell’euro o l’uscita di un Paese membro dall’eurozona. È il caso del fondo inglese Barings Asset Management, il cui manager del reddito fisso, Alan Wilde, ammette che «non abbiamo partecipato a nessuna asta, ma abbiamo aumentato in maniera modesta le nostre esposizioni a Irlanda, Spagna e Italia negli ultimi mesi». Business, non fiducia nella ripresa o nella tanto sbandierata stabilità.

E ora arriva il meglio, ovvero la spiegazione plastica del perché lo spread italiano e spagnolo sembri confermare una ripresa vigorosa a fronte di dati macro orripilanti. Guardate questo altro grafico a fondo pagina: ci mostra come, stando a dati ufficiali del ministero delle Finanze giapponese, gli investitori nipponici nel mese di novembre scorso abbiano acquisto titoli di Stato spagnoli per 1,5 miliardi di dollari e titoli di Stato italiani per 709 milioni di dollari, rispettivamente il dato più alto dal 2006 e dal 2010. Certo, niente di sconvolgente, ma il maggiore inflow nel mercato obbligazionario dal 2009 e un trend che, unito alla debolezza post-taper del Bund, ha facilitato la discesa dello spread, senza che in Italia venisse varata una singola riforma. Oltretutto, gli investitori asiatici sono a dir poco riluttanti a comprare debito europeo: pensate che solo il 4% dei bond emessi la scorsa settimana dall’Irlanda sono stati acquistati da investitori che non fossero europei o nordamericani.

C’è da sperare, quindi, che sia l’Asia a dare un po’ di respiro nell’immediato futuro al nostro differenziale e quindi ai costi per il servizio del debito? Non sperateci, per due motivi. Primo, alcuni grossi fondi asiatici - come il Kokusai Asset Management che gestisce assets per 127 miliardi di dollari - hanno sì comprato bond europei, ma solo quello con rating dalla A in su. E la Spagna, ad esempio, ha rispettivamente rating BBB- e Baa3 per S&P’s e Moody, il livello più basso del cosiddetto “investment grade”, mentre il Portogallo è ancora nello status di “junk” e l’Irlanda è un notch sopra la A per S&P’s e Fitch ma ancora spazzatura per Moody’s. Secondo motivo, c’è già qualcuno che comincia a dire addio al nostro debito e a quello spagnolo e potrebbe far cambiare opinione agli stra-liquidi investitori nipponici. Come, ad esempio, il gigante statunitense BlackRock, 4 triliardi di assets in gestione, il quale preferisce i bond portoghesi ai nostri e a quelli iberici. Motivo? La stabilità, forse? No, c’è maggiore spazio per operare ancora sul carry trade.

Scott Thiel, gestore del dipartimento global bonds, non ha vergogna ad ammetterlo: «Stiamo investendo sia su Italia che Spagna, ma abbiamo un po’ limato le nostre detenzioni negli ultimi due mesi». Ora, credete davvero che il “fair value” del Bonos sul Bund sia tra i 150 e i 200 punti base? E, soprattutto, cosa pensate che succederà se per caso, come pare molto probabile, in febbraio la Fed deciderà di annunciare l’abbassamento di altri 10 miliardi di dollari dei suoi acquisti mensili, aumentando il volume del taper?

 


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