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SPY FINANZA/ Spagna e Italia, i "guai" che lo spread non vede

Lo spread dell’Italia, come degli altri paesi periferici, è in calo, ma non bisogna illudersi, dice MAURO BOTTARELLI, che ciò dipenda da una ripresa e che non porti con sé dei rischi

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Martedì sera ho visto Ballarò e sono stato colpito dal servizio dedicato alla situazione economica della Spagna. Il succo era questo: da un lato il Paese sembra rinascere, vista la quantità di nuovi palazzi che stanno sorgendo in centro, dall’altro i lavoratori per tenersi il posto di lavoro devono garantire più ore e con decurtazioni dello stipendio anche del 40%. Insomma, il paradiso: privatizzano anche la donazione del sangue, ti trattano come uno schiavo perché tanto se tu dici no c’è la fila di altri schiavi pronti a dire sì, ma, in compenso, Zara apre un nuovo mega-store. Ora, al netto di tutto questo, vediamo di mettere in fila un po’ di cose e cercare di capire qual è davvero l’aria che tira.

Guardate il primo grafico a fondo pagina, parla più di mille parole. Il tasso a cui le banche spagnole prestano soldi alle nuove imprese è al 4,04%, un balzo bimestrale che non si vedeva da dieci anni e il massimo dal 2008. Per capirci, a quel livello i prestiti alle aziende che vogliono entrare sul mercato tradano a circa 300 punti base più del rendimento del bond biennale sovrano spagnolo. Sapete cosa vuol dire? Primo, che la Bce ha completamente fallito il suo obiettivo di riattivare la trasmissione del credito. Secondo, che con tassi simili parlare di ripresa è una presa in giro, soprattutto in un Paese che ha il tasso di disoccupazione giovanile superiore alla Grecia e le sofferenze bancarie al record di tutti i tempi. Ma si sa, lo spread spagnolo è basso, più basso del nostro, quindi per la vulgata generale significa che il Paese è sano.

Ora proviamo a sfatare anche questo mito, per l’ennesima volta e dati alla mano. Il mondo sta tornando a comprare debito periferico europeo, è un fatto, ma non perché ci sia ripresa, bensì perché offre rendimenti ancora abbastanza alti in un mondo di profitti bassi e spesso al di sotto del tasso d’inflazione. Direte voi, bene, si è evitata la balcanizzazione dell’obbligazionario sovrano europeo, ovvero il fatto che a comprare quei bond fossero solo le banche dei vari paesi perché la domanda estera si è completamente prosciugata. Attenzione, guardate il secondo grafico: ci mostra le detenzioni di titoli di Stato da parte delle banche di sette paesi europei. Bene, date un’occhiata al dato riguardante noi, la Spagna e il Portogallo relativo al settembre 2013 e in generale. Siamo comunque stra-esposti.

Detto questo, per venire incontro alle necessità di bilancio di fine anno e per imbellettare un po’ i conti da mostrare nell’Asset Quality Review della Bce, negli ultimi tre mesi dello scorso anno le nostre banche hanno venduto un po’ delle loro detenzioni. A chi? Ad esempio a Pimco, il più grosso fondo obbligazionario al mondo e altri money market funds americani, che proprio nel quarto trimestre dello scorso anno hanno aumentato dell’11% la loro esposizione al debito sovrano della periferia dell’eurozona. Addirittura, Andrew Balls, capo della gestione portafoglio europeo di Pimco, definisce la posizione d’investimento su Spagna e Italia “overweight”, più ampia di quanto non fosse prima dello scoppio della crisi del 2008. Ma c’è anche il Portogallo, la cui asta della scorsa settimana per il nuovo bond a 5 anni ha avuto domanda pari a 11 miliardi di euro da 280 potenziali acquirenti a fronte di un’offerta di 3,25 miliardi: l’88% dei compratori era non portoghese. Ma attenzione, nemmeno statunitense o asiatico: erano tutti europei, ovvero banche o fondi in cerca dell’ennesimo carry trade sul rendimento. Molto probabilmente, anche banche italiane che ora hanno in pancia anche il “rischio Lisbona”, oltre al nostro.