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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Commodities, un campanello d'allarme dall'Asia

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Almeno così c’è da sperare, perché nickel a parte lo shock più grande potrebbe arrivare dalla bauxite, visto che la Cina dipende all’80% dall’export indonesiano di quel materiale, necessario per la produzione dell’alluminio. Sul finire dello scorso anno, l’Indonesia ha prodotto il 20% di tutta l’offerta di bauxite mondiale, specializzandosi proprio sul tipo a bassa temperatura utilizzata dall’industria cinese. Se il bando non sarà solo una minaccia, si andrà incontro a una sottofornitura entro sei mesi, massimo un anno e i prezzi voleranno alle stelle, visto che ci vorrebbero anni per rimpiazzare la bauxite indonesiana con quella australiana, la cui produzione è enormemente inferiore rispetto a quella di Jakarta. Interverrà l’Organizzazione mondiale del commercio, la quale con l’articolo 20 permette alle nazioni di imporre bandi all’export sono per ragioni ecologiche o per combattere l’inquinamento?

Quasi certamente dovrà farlo, perché se l’Indonesia non recederà dalla sua intenzione, gli investitori stranieri in quel Paese porranno sotto enorme pressione il WTO, anche attraverso l’azione di lobbysmo che è tra le loro specialità. C’è però una carta in mano alle nazioni come l’Indonesia, ovvero la dura denuncia delle Nazioni Unite, a detta delle quali molte compagnie attive nel comparto agricolo stanno abusando del pianeta, comprando enormi appezzamenti di terreno per quattro soldi, garantendosi in pochi anni enormi profitti e poi andandosene quando i terreni sono ormai degradati, inutilizzabili e in alcuni casi inquinati. E non pensiate che sia un ragionamento eccessivamente di sinistra, perché Nick Holland, capo di Gold Fields, quindi non esattamente un black bloc, ha sottolineato come «i dirigenti delle aziende minerarie, preoccupati da quanto sta avvenendo, hanno soltanto loro stessi da biasimare, perché esagerando i loro profitti si sono messi nella condizione di diventare bersagli facili per i governi, soprattutto quelli nazionalisti».

Insomma, le commodities e i loro prezzi potrebbero dirci molto, nei prossimi mesi, sull’andamento della ripresa a livello globale. E c’è di più, potrebbero anche darci qualche segnale in più riguardo possibili correzione dei corsi. Ne è certo Albert Edwards, analista di Societe Generale e uno dei più lucidi e attenti osservatori della crisi in atto. Guardate questo grafico che ha elaborato: ci mostra la totale divergenza tra prezzi delle commodities ed equity market nel corso del terzo round di Quantitative easing della Fed.

Perché a detta di Edwards è importante? Per il semplice fatto che, assiomaticamente, tutti pensano che il Qe sia comunque e sempre una cosa positiva per le equities e che quindi queste possano attraversare shock transitori anche forti senza problemi proprio per l’ontologica presenza di quella liquidità. Il problema è che la stessa logica è valsa fino al 2012 anche per il prezzo delle commodities, salvo però sparire durante il terzo round, il quale non ha avuto alcun tipo di impatto se non per le equities. Anzi, il prezzo delle commodities, petrolio a parte, è letteralmente crollato. Quindi, per Edwards, se dovesse tornare la recessione e i profitti crollassero man mano che la Fed diminuirà la sua liquidità, chi ci dice che anche l’equity market non prenda la direzione dei prezzi delle commodities, schiantandosi?

 

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COMMENTI
18/01/2014 - Schianto o frenatina? (Giuseppe Crippa)

E se invece i due indici tornassero ad incrociarsi ad livello intermedio (attorno a 1300 per lo MSCI World e 250 per il DJ UBS Industrial metals)? Un pochino di inflazione dovuta all’aumento del costo dei metalli ed una limatura delle borse sarebbero malesseri sopportabili dalle grandi economie…