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SPY FINANZA/ Commodities, un campanello d'allarme dall'Asia

In questi giorni si discute di una possibile ripresa globale. MAURO BOTTARELLI ci spiega quali segnali possono e potranno aiutarci a capire la situazione e a fare delle previsioni

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Non ne parlo da un po’ di tempo, quindi cominciamo col rinverdirvi la memoria. Il Baltic Dry Index (BDI) è un indice dell’andamento dei costi del trasporto marittimo e dei noli delle principali categorie delle navi “dry bulk” cargo. Malgrado il nome indichi diversamente, esso raccoglie i dati delle principali rotte mondiali e non è ristretto a quelle del Mar Baltico e le informazioni relative alle navi cargo che trasportano materiale “dry”, quindi non liquido (petrolio, materiali chimici, ecc.) e “bulk”, cioè sfuso. Riferendosi al trasporto delle materie prime o derrate agricole costituisce anche un indicatore del livello della domanda e dell’offerta di tali merci. Per queste sue caratteristiche, quindi, viene monitorato per individuare i segnali di tendenza della congiuntura economica.

Bene, cosa ci dice il BDI? Che dal 1 gennaio è letteralmente crollato del 40%, nove cali di fila in nove giorni di trading, il peggior inizio di anno da oltre trent’anni. Quindi, che la famosa ripresa globale è una pia illusione. Ma non è detto. Guardate il primo grafico a fondo pagina di Intermarket&More: ci mostra la comparazione tra il BDI e il CESI (Citigroup Economic Surprise Index), indice che prende i vari dati macro delle economie mondiali, calcola le eventuali deviazioni standard delle “sorprese” e ci offre lo stato di salute del mercato e dell’economia di un determinato Stato o area geografica. Bene, come potete vedere, il BDI e il CESI divergono completamente: il primo ci dice che è in atto un rallentamento spaventoso dei processo economico, l’altro ci dice che il meglio deve ancora venire, previsioni rosee che più rosee non si può. A chi credere, insomma?

Guardate il secondo grafico: è la correlazione storica tra andamento del BDI e i dati macro del G10, ovvero delle prime dieci economie del mondo. Tendo a fidarmi più del BDI ma vedremo, il tempo è galantuomo. Una cosa è certa: la sconnessione totale tra economia reale e finanza, plasticamente dimostrata. In compenso, è già in atto un qualcosa che è strettamente correlato a quanto discusso finora: ovvero, un ritorno in grande stile del protezionismo e del nazionalismo legato al mercato delle commodities.

Con l’inizio dell’anno, infatti, l’Indonesia ha posto un bando totale all’export di nickel, bauxite e stagno, portando a un immediato balzo del prezzo del nickel a Londra ai massimi da due settimane a 14,90 dollari la tonnellata, reazione naturale dei mercati alla sparizione del 20% della fornitura mondiale di questo componente fondamentale per l’acciaio stainless. E non solo l’Indonesia sta alzando muri potenzialmente in grado di creare shock sull’offerta: molti paesi africani ricchi di petrolio e gas stanno votando leggi per restringere l’operatività di industrie straniere e in Sudafrica è sempre più crescente la richiesta di nazionalizzare le miniere. Anche parecchi Stati sudamericani stanno restringendo la politica delle quote o imponendo nuove tasse, nonostante alle spalle abbiamo un calo del prezzo delle commodities che dura da 30 mesi: queste politiche, insomma, potrebbero essere una sorta di assicurazione per quando il ciclo tornerà rialzista.

Stando all’agenzia di analisi del rischio Maplecroft, il 15% delle nazioni al mondo sta facendo i conti con una crescita del nazionalismo negli ultimi quattro anni, citando il caso dell’esproprio da parte del governo argentino de gruppo petrolifero spagnolo YPF. In cima alla lista figura lo Zimbabwe, seguito da Venezuela, Congo, Bolivia, Iraq e Kazakhstan, con la Russia 14ma, l’Argentina 20ma e l’Indonesia 24ma, peggio dell’Iran. Jero Wacik, ministro dell’Energia indonesiano, ha giustificato il bando con la necessità di migliorare il valore dell’industria mineraria nazionale, ma in molti pensano che durerà poco, vista la fragilità dell’economia indonesiana, già colpita da una forte fuga di capitali e dal crollo della rupia a causa del “taper” della Fed che drena liquidità dai mercati globali. Insomma, si mostra la faccia cattiva per arrivare a una mediazione: ovvero, più quote di export e più tempo alle aziende straniere che operano ma in cambio di investimenti.


COMMENTI
18/01/2014 - Schianto o frenatina? (Giuseppe Crippa)

E se invece i due indici tornassero ad incrociarsi ad livello intermedio (attorno a 1300 per lo MSCI World e 250 per il DJ UBS Industrial metals)? Un pochino di inflazione dovuta all’aumento del costo dei metalli ed una limatura delle borse sarebbero malesseri sopportabili dalle grandi economie…