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PRIVATIZZAZIONI/ Poste, l'Italia rischia di prendere una "fregatura"

Pubblicazione:lunedì 20 gennaio 2014

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Mentre in Italia nel 2012 ci si arrabattava per tentare, senza esito, di privatizzare l’Unione Ufficiali in Congedo, nel resto del mondo sono state realizzate denazionalizzazioni per circa 250 miliardi di dollari nell’arco di 12 mesi; oltre dieci volte, in termini nominali, di quanto realizzato nel 1998, considerato nei testi universitari “l’anno d’oro” della prima ondata. Secondo un’analisi comparata del Fondo monetario internazionale, in Italia il valore degli asset non finanziari sotto il controllo delle pubbliche amministrazioni ammonta all’80% del Pil; la metà è nelle mani delle autonomie locali.

È un campo dove - lo ammettiamo - non è facile muoversi, ma negli Stati Uniti, guidati da Barack Obama (il quale non ha certo la reputazione di essere iper-liberista), il Federal Bureau of Land Management ha recentemente pubblicato una mappa del demanio federale da considerarsi in vendita; alcuni dei singoli Stati dell’Unione hanno fatto molto di più, cedendo (con le dovute garanzie ambientali), anche aree protette. Questo quadro indica che l’Italia rischia di arrivare tardi, quanto meno sotto il profilo finanziario. Non si può pensare che l’attuale situazione mondiale di liquidità resti a lungo - ci sono già cenni di aumento dei tassi d’interesse. Arrivare quando il fiume dell’equity va in seccagna vuol dire non vendere o mettere il banchetto dei supersaldi.

Una proposta operativa: accoppiare subito la cessione di Poste Italiane ai dipendenti con quella della Rai, abolendo l’imposta di scopo più regressiva e meno amata dagli italiani (il canone). Se i dipendenti Rai non vogliono diventare azionisti della loro azienda sarà un chiaro segno che non ne hanno grande stima e fiducia. Allora si potrebbe o utilizzare la proposta di Steve H. Hanke di Johns Hopkins (cederla agli italiani, distribuendo le azioni in base all’età anagrafica di ciascuno) oppure finanziare unicamente i “contenuti di effettivo servizio pubblico” (come avviene in numerosi paesi, anche la socialista Nuova Zelanda) quale che sia l’azienda che li trasmette dopo apposite gare concorsuali - un sistema analogo è già in vigore in Italia per il cinema e lo spettacolo dal vivo. Chi si ferma è perduto. 



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