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PRIVATIZZAZIONI/ Poste, l'Italia rischia di prendere una "fregatura"

In Italia si torna a parlare di privatizzazioni, con l'ipotesi di denazionalizzare Poste Italiane. Secondo GIUSEPPE PENNISI, il nostro Paese rischia però di non fare un affare

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L’annuncio della graduale privatizzazione di Poste Italiane tramite, almeno in parte, la vendita di azioni ai dipendenti, ha dato una scossa, quanto meno, mediatica al ritorno delle “denazionalizzazioni” in Italia. Ricordiamo che nel 2012 il Governo tentò di privatizzare l’Unione Ufficiali in Congedo, ma non riuscì a portare a termine neanche quella impresa. Il 2013 è trascorso in gran misura tra campagna elettorale, difficoltà di formare un Governo e quant’altro: solamente alla fine dell’anno sono state fornite indicazioni, peraltro preliminari, in materia di priorità di cosa privatizzare del patrimonio (aziendale e immobiliare) dello Stato - senza sfiorare il “capitalismo regionale e municipale” (per molti aspetti la vera “polpa” degli asset in mano pubblica).

È stato ricostituito il Comitato Privatizzazioni presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze. Ci sono, quindi, segni di azioni concrete, sempre che nuove elezioni e riforme costituzionali non diventino una ragione o un pretesto per dare un nuovo arresto al processo. Tuttavia, vorrei suggerire ai colleghi che su testate blasonate hanno brindato all’inizio di un eventuale processo di privatizzazione di Poste Italiane che l’Italia rischia di entrare tardi (e male) nella “terza ondata” di privatizzazioni.

Cosa intendo? Analizzando i lavori Ocse e quelli del Privatization Watch, della Fraser Foundation e della Banca mondiale, ci si accorge che, stilizzando, è in corso, a livello mondiale, una terza “fase” od “ondata” di denazionalizzazioni. La prima fu essenzialmente europea; iniziò sulla scia delle politiche liberiste, e liberalizzatorie, del Governo Thatcher all’inizio degli anni Ottanta, anche se arrivò in Italia solamente circa dieci anni più tardi, in parallelo, almeno temporale, con quella nei Paesi dell’Europa Orientale e nella stessa Russia, dopo l’implosione del “socialismo reale”. La seconda è avvenuta all’inizio degli anni Duemila, dopo la crisi della bolla “dot.com economy” e prima di quella iniziata nel 2007 e da cui non siamo ancora usciti; in quei cinque-sei anni i mercati erano molto liquidi e si andava alla ricerca di investimenti che guardassero al lungo termine. La terza è in atto da un paio di anni e ha varie determinanti: la politica monetaria espansionista negli Usa e in Europa, i fondi sovrani di Stati con ampie riserve minerarie, il disavanzo dei conti delle partite correnti Usa che gonfia le bilance dei pagamenti altrui, l’esigenza (specialmente in Europa) di smaltire il debito sovrano.