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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Il "piano" della Cina può mandare in tilt i mercati

Per il WEF, trovare metodi con cui prevenire questi rischi è vitale per assicurare la stabilità finanziaria: «Occorre operare su frameworks fiscali più flessibili, ma anche più resistenti agli shock, visto che i paesi indebitati devono anche affrontare la sfida demografica di lungo periodo dell’invecchiamento della popolazione». Ma non solo le crisi fiscali hanno la potenzialità di danneggiare l’economia globale, anche la crescente diseguaglianza, vista come uno dei più grandi rischi singoli per il mondo nel 2014: «Occorre stare molto attenti a quella “generazione perduta” di giovani che nella decade iniziata nel 2010 ha perso o perderà il lavoro e che si ritrova con requisiti insufficienti per trovarne un altro, aumentando il senso di frustrazione». Un qualcosa che potrebbe sfociare un proteste e vere e proprie sollevazioni sociali, come accaduto in Tailandia e Brasile, dove i giovani sono scesi in piazza, anche con violenza, contro diseguaglianza e corruzione.

Per Jennifer Blanke, capo economista del WEF, «il perpetuarsi di questa condizione potrebbe portare alla dissoluzione della fabbrica della società intesa come bene comune, specialmente se i giovani sentiranno di non avere un futuro. E questo è un qualcosa che andrà a toccare tutti quanti, avrà conseguenze per tutti». Insomma, tematiche di stretta attualità e di enorme interesse, ora che sempre più voci cominciano a mettere in dubbio non solo la reale entità - o esistenza stessa - della cosiddetta ripresa globale, ma anche la bontà delle operazioni di stimolo operate dalle varie banche centrali. In effetti, le due Ltro della Bce non hanno fatto altro che rendere quasi inestricabile il vincolo tra banche e debito governativo, ponendo problemi di tenuta del sistema. L’Abenomics giapponese, al netto dei magheggi sul calcolo dell’inflazione, sta inondando il mondo di yen, ma non sta facendo salire il tasso inflattivo come si sperava. E il quantitative easing della Fed, invece, ha ottenuto questo come principale risultato: la cifra record di 1,3 triliardi di dollari di depositi in eccesso rispetto ai prestiti per le quattro principali banche statunitensi. Fortuna che il QE doveva attivare la ripresa e l’economia reale!

 

 

L’unica operazione di stimolo che pare abbia funzionato un po’ di più è quella della Bank of England, poiché vincolava i prestiti alle banche a una quota di credito che queste dovessero obbligatoriamente erogare alle piccole e medie imprese: stranamente, il tasso di disoccupazione in Gran Bretagna è al 7,4% e continua a scendere rapidamente, mentre nell’eurozona è al 12,1% e da lì non sembra muoversi. Ma c’è anche dell’altro legato al debito Usa, ovvero chi lo detiene, come ci mostra questo grafico.

 

 

Come vedete, le detenzioni di debito Usa da parte della Cina sono al massimo, la cifra record di 1,317 trliardi di dollari di controvalore. Ma le cifre, come i grafici, vanno saputi contestualizzare, oltre che leggere. A fronte di riserve record pari agli attuali 3,8 triliardi di dollari, la Cina nel 2010 aveva già una solida detenzione pari a 1,2 triliardi di dollari: quindi, in tre anni Pechino ha acquistato debito Usa solo per la modesta cifra di 100 miliardi di dollari o poco più. Ora io mi chiedo e spero che se lo chieda anche qualcuno a Davos nei prossimi giorni: adesso che la Fed - principale detentore del debito Usa - ha già iniziato il “taper” e non potrà che proseguirlo - salvo shock che nemmeno voglio mettere in agenda -, di fatto dicendo al mondo che non è più il backstop bidder di tutto il debito in pancia alle istituzioni finanziarie, chi sarà davvero interessato a investire nel debito di un Paese la cui ratio sul Pil è già oltre il 100% e vede la Cina pronta e capace in ogni istante di mandare i tassi sulle montagne russe.