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BANKITALIA/ Quote e oro, i pasticci ancora irrisolti della privatizzazione

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In altri termini, come è stato poi correttamente rilevato, con ampiezza di motivazioni, in sede di esame del testo da parte della 6° Commissione permanente del Senato (Finanze e Tesoro) (si vedano, in particolare, le tre questioni pregiudiziali sollevate, rispettivamente dai Senatori Scilipoti, la prima, Molinari, Vacciano e altri, la seconda, De Petris, Uras e altri, la terza), si tratta di disposizioni di carattere ordinamentale di non immediata applicabilità, in violazione, altresì, dell’art. 15, co. 3, l. n. 400/1988.

D’altra parte - vi si è fatto cenno - già la 1° Commissione permanente (Affari costituzionali), il 4 dicembre 2013, aveva espresso, in sede consultiva, parere negativo sui presupposti di costituzionalità, essenzialmente sul rilievo della eterogeneità dei contenuti del decreto legge (relativo, com’è noto, anche all’Imu e alla alienazione di immobili pubblici) e della impossibilità di ricondurre i disposti concernenti la Banca d’Italia a una situazione straordinaria di necessità e di urgenza alla quale far fronte, stigmatizzando peraltro il comportamento del Governo, che avrebbe invece potuto presentare un disegno di legge, così consentendo alle assemblee rappresentative di svolgere l’istruttoria tipica dei procedimenti legislativi ordinari.

È lecito, però, chiedersi se tali profili di incompatibilità tra le norme relative all’Istituto centrale e l’art. 77 Cost. non dovessero indurre già il Capo dello Stato - il quale ha reiteratamente manifestato di intendere il proprio legame con il Governo in senso particolarmente attivo - a rifiutare, nell’esercizio della funzione di cui all’art. 87, co. 5 Cost., l’emanazione del provvedimento in questione, magari indicando all’Esecutivo - com’è già avvenuto in passato (vedasi la lettera dello stesso Presidente della Repubblica del 15 luglio 2009) - la strada della iniziativa legislativa: vero è, infatti, che la carenza dei presupposti per la decretazione d’urgenza ridonda, sul piano soggettivo, in carenza di potere in concreto, ponendo, dunque, delicate questioni - in un momento storico che, dal 2011 a oggi, ha visto il succedersi di una serie di tentativi di riforme (sostanzialmente) costituzionali (basti pensare a quanto è accaduto con il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) per mezzo di tali atti - di assetto costituzionale della forma di governo, sulle quali proprio il Capo dello Stato sembra vocato a intervenire in funzione di riequilibrio.

E ciò tanto più se si considera che, nello stesso torno di tempo, in ordine ad altri provvedimenti d’urgenza, Napolitano ha opposto un veto alle scelte del Governo, peraltro in forma atipica, benché non si trattasse di misure di impatto sistematico così profondo, com’è invece il caso del d.l. n. 133/2013, che incide sulla prerogativa sovrana della funzione monetaria, pur nella diversa configurazione che essa ha assunto, quoad exercitium, però, e non già quoad titulum, in forza della creazione del Sistema Europeo delle Banche Centrali, che si risolve in una istituzione di tipo lato sensu consortile, già sperimentata in Italia, ovviamente in altro contesto e secondo altri presupposti, ai primi del ‘900, quando tale funzione era confidata a tre istituti di emissione.

Venendo, invece, alle questioni di merito, è opportuno soffermarsi innanzitutto sulla definizione della riforma in termini di privatizzazione, che, all’indomani dell’entrata in vigore del d.l. n. 133, il Ministro Saccomanni si è affrettato a rintuzzare, sostenendo che il decreto lascerebbe immutata la tipologia dei soci.

L’affermazione è, per così dire, figlia di uno degli equivoci ai quali sopra si faceva cenno: quello, cioè, secondo cui la titolarità delle quote di Bankitalia in capo a soggetti privati, a far data dai primi anni ‘90 del secolo scorso, sarebbe stata conforme alla previsioni normative in allora vigenti. Così non è, però: il d.l. n. 133/2013 ha abrogato due disposizioni (art. 20 R.D. n. 375/1036 e art. 19, co. 10, l. n. 262/2005) che prevedevano, viceversa, la prima la riserva di legittimazione al possesso di tali quote in capo a enti rientranti senza dubbio, per il regime giuridico loro applicabile, nell’ambito del diritto pubblico e, la seconda, l’obbligo di adottare un regolamento ai sensi dell’articolo 17 della legge 23 agosto 1988, n. 400, che ridefinisse l’assetto proprietario della Banca d’Italia e disciplinasse “le modalità di trasferimento, entro tre anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici”. Non può quindi convenirsi sull’assunto, fatto proprio anche dal Governatore Visco in sede di audizione davanti alla 6° Commissione permanente del Senato, nel corso del procedimento di conversione, secondo il quale l’assetto privatistico della Banca centrale ne avrebbe assicurato negli anni l’indipendenza e l’autonomia.