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BANKITALIA/ Quote e oro, i pasticci ancora irrisolti della privatizzazione

Pubblicazione:mercoledì 22 gennaio 2014 - Ultimo aggiornamento:mercoledì 22 gennaio 2014, 10.13

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Ma la questione si avvita tutta intorno a questo erroneo presupposto, che deforma la prospettiva di interpretazione del significato e dello scopo della riforma: il nodo centrale resta, infatti, quello dell’ingresso dei privati (o piuttosto la legittimazione della finora illegittima permanenza) nel capitale dell’Istituto centrale, senza che, peraltro, da parte loro vi sia stato mai alcun conferimento, in danaro o in natura, avendo essi indebitamente beneficiato di quote che, secondo il previgente regime giuridico, non avrebbero potuto detenere. Il problema emerge con chiarezza proprio dalla lettura del testo presentato dal Governatore in occasione della suddetta audizione, della quale appare utile segnalare alcuni passaggi.

L’assioma di partenza di Visco è che il capitale in mano privata - descritto come esito “naturale” dei processi di privatizzazione degli enti creditizi pubblici - non sia, come pure è stato affermato dal Ministro Saccomanni, garanzia di indipendenza e di autonomia dell’Istituto: più semplicemente, tale situazione non avrebbe messo a rischio tali caratteri, perché, si dice, i diritti dei partecipanti non consentirebbero “di influire sulle numerose attività istituzionali svolte dalla Banca d’Italia, prime fra tutte la politica monetaria e la vigilanza bancaria e finanziaria”: “i diritti diversi da quelli di natura patrimoniale - circoscritti all’esercizio di funzioni amministrative, di controllo e di vaglio gestionale - riguardano l’approvazione del bilancio e l’elezione dei membri del Consiglio Superiore”.

Ora, è certamente singolare che una riforma di così grande impatto venga illustrata non già ponendone in evidenza i (presunti) vantaggi rispetto alla previgente disciplina, bensì tentando di prevenire le obiezioni facilmente opponibili circa i pericoli derivanti dalla ammissione al capitale della Banca centrale; né meno sorprendente è la mancanza di ogni riferimento, tantomeno esplicativo, in ordine al titolo del trasferimento delle quote, che sarebbero dovute rimanere in mano pubblica sino alla data di entrata in vigore del d.l. n. 133/2013 e che, con i connessi diritti, si trovano invece nella disponibilità dei privati da più di vent’anni.

Del resto, lo stesso Governatore, nel plaudire all’abrogazione dell’art. 19, co. 10, l. n. 262/2005 per volontà del decreto, si spinge sino ad affermare che la disposizione del 2005 non avrebbe trovato attuazione perché rifletteva “le incertezze per il contenuto e l’estensione dei diritti economici dei partecipanti al capitale, oggetto del possibile trasferimento ad enti pubblici”: la doverosa restituzione delle quote da parte dei privati che illecitamente le detenevano (dato l’allora vigente art. 20 R.D. n. 375/1936) diventa, nelle parole di Visco, un trasferimento a titolo oneroso. In altri termini, la legge del 2005 avrebbe astretto lo Stato a corrispondere ai quotisti un prezzo di acquisto delle partecipazioni. Ma, per quanto si è detto, le cose non stanno in questi termini.

Peraltro, anche a voler accedere alla tesi del Governatore, vi sarebbe da osservare che - in disparte ogni pur possibile considerazione sulla possibilità di far luogo a espropriazione di tali quote - l’esborso da sostenere allora sarebbe stato certamente inferiore a quello che, per quanto si dirà di qui a poco, la Banca d’Italia - con risorse pubbliche - dovrà affrontare per l’acquisizione dai quotisti della percentuale di capitale in mano loro, che ecceda il limite del 3% fissato dal decreto, tanto più a causa del regime giuridico di libera circolazione delle quote tra i soggetti privati appartenenti alle categorie ammesse a esserne titolari.

Non meno sorprendente è però l’affermazione che la legge del 2005 avrebbe dato luogo a “un profondo mutamento dell’assetto proprietario e di governance della Banca”, con effetti sull’indipendenza e sull’autonomia dell’Istituto. L’opinione del Governatore non ha fondamento né storico né giuridico: essa conferma invece l’erroneità dei presupposti che dovrebbero dare fondamento alla riforma. Ma lo sforzo di mitigare le preoccupazioni delineando le partecipazioni come fascio di diritti soprattutto patrimoniali non raggiunge l’obiettivo: non si comprende infatti, né lo chiarisce il Governatore, per quale ragione giuridica i frutti dell’attività (anche e in gran parte) pubblicistica esercitata dalla Banca d’Italia debbano essere percepiti da persone giuridiche private esercenti il credito o l’assicurazione.

Non solo: i diritti non patrimoniali - che, quantunque il Governatore non ne faccia cenno, comprendono anche il potere di concorrere alla deliberazione delle modifiche statutarie - concernono profili nevralgici non solo dell’organizzazione, ma anche dell’attività dell’Istituto, com’è reso palese dalle competenze menzionate dallo stesso Visco: basti por mente alle competenze del Consiglio Superiore, che, nella versione dello Statuto adeguata al d.l. n. 133/2013 (art. 19), spaziano dall’esame e approvazione del progetto di bilancio e della destinazione dell’utile netto, alla emanazione dei regolamenti interni dell’Istituto, alla determinazione della pianta organica, alla nomina e alla revoca dei reggenti presso le sedi e dei consiglieri presso le succursali, alla nomina dei corrispondenti della Banca all’estero, alla determinazione delle norme e delle condizioni per le operazioni della Banca, alla vigilanza sul rispetto dei requisiti di partecipazione al capitale della Banca e sulla ricorrenza dei requisiti di onorabilità in capo agli esponenti aziendali e ai partecipanti dei soggetti acquirenti, sino alla deliberazione su tutte le questioni concernenti l’amministrazione generale della Banca a esso sottoposte dal Governatore e diverse da quelle demandate all’assemblea dei partecipanti. Al Consiglio Superiore, peraltro, il Governatore è tenuto a fornire informazioni sui fatti rilevanti relativi all’amministrazione della Banca, tra i quali rientrano gli indirizzi strategici aziendali, il consuntivo annuale degli impegni di spesa, i risultati degli accertamenti ispettivi interni e gli impieghi della disponibilità dei fondi, delle riserve statutarie e degli accantonamenti a garanzia del trattamento integrativo di quiescenza del personale.


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