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BANKITALIA/ Quote e oro, i pasticci ancora irrisolti della privatizzazione

Pubblicazione:mercoledì 22 gennaio 2014 - Ultimo aggiornamento:mercoledì 22 gennaio 2014, 10.13

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Benché, dunque, l’art. 19, co. 2, dello Statuto escluda che il Consiglio Superiore possa ingerirsi nelle materie relative all’esercizio delle funzioni pubbliche, nondimeno tale organo presiede all’organizzazione dell’ente, nei suoi aspetti soggettivi e oggettivi: con conseguente effetto di condizionamento, anche conformativo, di ogni attività della Banca, in forza del nesso inscindibile che lega la struttura alla dinamica della persona giuridica.

Il percorso intrapreso nella relazione si conferma poi erratico nei successivi passaggi: il presupposto giustificativo della riforma assume le forme della necessità di deconcentrare il capitale dell’Istituto, raccolto per la maggior parte nelle mani dei principali gruppi bancari privati, “a seguito dei processi di concentrazione avvenuti a partire dagli anni Novanta”. La (inesplicata) partecipazione dei privati rivela, dunque, un aspetto nocivo, benché non portato a chiara evidenza nel documento, in contraddizione con quanto poco prima esposto dal Governatore. La concentrazione di una rilevante quota di capitale in capo a pochi soggetti deve ritenersi suscettibile di incidere sul complessivo assetto della Banca centrale, con ricadute che vanno ben oltre il “problema di comunicazione e di immagine” alla quale fa riferimento il Governatore, il quale tuttavia invoca in pari tempo la necessità di cercare una soluzione “sotto il vincolo di mantenere una governance capace di assicurare nel tempo l’indipendenza dell’Istituto”.

In altri termini, traspare dalle stesse parole di Visco l’incongruenza tra il problema che si pone (la presenza di capitale privato) e il provvedimento governativo che avrebbe dovuto risolverlo: tanto ciò è vero che, subito dopo, egli si sofferma su pretesi dubbi che, prima dell’entrata in vigore del d.l. n. 133, sarebbero sorti “sulla reale estensione dei diritti economici dei partecipanti”, appuntando le critiche sulle previgenti disposizioni statutarie che contemplavano l’attribuzione di dividendi computati in ragione percentuale delle riserve statutarie, mentre, a seguito del provvedimento d’urgenza, pur essendo stata aumentata la percentuale massima di parametrazione degli utili distribuibili (6% del capitale, passato peraltro da 156.000 euro a 7,5 miliardi di euro), è stata espunta la voce relativa alle riserve statutarie. Si dissolverebbero così gli equivoci creatisi in ordine a diritti dei quotisti “sulla totalità delle riserve della Banca”, mentre “la maggior parte dei redditi e del patrimonio della Banca derivano dal potere di emissione delle banconote, assegnato per legge alla Banca d’Italia in regime di monopolio. È il risultato del cosiddetto signoraggio, il cui ultimo beneficiario non può essere che lo Stato italiano”.

Merita soffermarsi su tale asserzione. Non soltanto perché essa segnala un’altra criticità della riforma - la rivalutazione è stata, infatti, compiuta portando, come si dice, parte delle riserve a capitale e, per di più, la relativa stima è stata fatta guardando ai futuri flussi finanziari generati dalle partecipazioni: è lecito chiedersi, allora, quale considerazione sia stata attribuita allo Stato, pur definito quale beneficiario della gran parte dei redditi e del patrimonio della Banca - ma anche perché si tratta di uno dei pochissimi cenni, e non solo nel documento che ne occupa, ove pare alludersi anche alle riserve auree dell’Istituto centrale, che, sia pure in carenza di ogni disposizione che lo preveda, vengono incluse nel patrimonio di Bankitalia.

Il cenno però non è rassicurante: sia perché i disposti normativi del d.l. n. 133/2013 non paiono fare alcun conto dello speciale regime giuridico dei redditi e del patrimonio (tanto ciò è vero che, aumentando, col capitale, i dividendi spettanti ai quotisti, riduce i proventi statali consistenti nell’attribuzione allo Stato degli utili non destinati a riserve e a dividendi), sia perché lo Stato (quale massimo ente rappresentativo della collettività) è titolare di una situazione giuridica soggettiva, avente a oggetto le riserve auree, che non può risolversi nella definizione di “beneficiario”, se è vero che, come aveva affermato anche il Direttore generale Salvatore Rossi, esse sono frutto del risparmio degli italiani.

E tuttavia, persino dalla prospettazione del Governatore - evidentemente favorevole al decreto legge - si evince che sarebbe stato ben più coerente con le finalità di garanzia dell’indipendenza e dell’autonomia della Banca centrale reintegrare questa nell’alveo della legittimità, restituendo le quote di partecipazione a soggetti pubblici (così come previsto dalla l. n. 262/2005), eventualmente riconfigurando lo statuto giuridico della partecipazione, allo scopo di evitare - ché questo pare essere il profilo maggiormente rilevante nell’articolazione della dinamica statale concernente la funzione monetaria - che nella determinazione delle sue linee di azione il circuito dell’indirizzo politico di maggioranza possa ingerirsi esautorandone gli organi direttivi: è ben noto che il diritto pubblico contempla molte e diverse soluzioni organizzative che permettono di conformare i plessi amministrativi in guisa tale che siano loro garantite simili autonomia e indipendenza.

In tal modo, neppure si porrebbe la questione della equilibrata e diffusa partecipazione del capitale: obiettivo che, in ogni caso, non viene attinto mediante la limitazione della percentuale di quote detenibili da uno stesso soggetto. Per un verso, infatti, l’accesso al capitale è riservato esclusivamente ad alcune tipologie di enti (non v’è pertanto quella diffusione, né la prospettica circolazione pur evocata anche dallo stesso Visco), per altro verso la soglia massima del 5% (ridotta, poi, dal Senato al 3%) genera più problemi di quanti non dovrebbe risolverne.


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