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Economia e Finanza

BANKITALIA/ Quote e oro, i pasticci ancora irrisolti della privatizzazione

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L’art. 4, co. 6 d.l. n. 133/2013 - anche nella versione risultante dagli emendamenti approvati in Senato - dispone che, al fine di favorire il rispetto dei limiti di partecipazione, la Banca possa acquistare “temporaneamente” - previa autorizzazione del Consiglio Superiore, nel quale siedono i rappresentanti degli stessi quotisti - le proprie quote e stipulare contratti aventi a oggetto le medesime.

Tale sistema fa risaltare, innanzitutto, i profili di discriminazione che ne derivano, in termini di parità ed eguaglianza di trattamento all’interno del mercato bancario, nonché di incompatibilità con il divieto comunitario di aiuti di Stato, sui quali avevamo già richiamato l’attenzione dei lettori e che trovano autorevolissima conferma nel parere emesso dalla Bce (CON/2013/96) su richiesta del ministero dell’Economia (ma, diversamente da quanto si era letto, soltanto cinque giorni prima dell’approvazione del provvedimento: ciò che ha formato oggetto di severa ammonizione da parte dell’Istituto francofortese).

In secondo luogo, esso è il primum movens delle negoziazioni che, ad avviso di chi scrive, potranno confermare come il valore delle quote - in mancanza di una disposizione (che potrebbe peraltro risultare di dubbia legittimità alla stregua dei principi, non solo nazionali, di tutela della proprietà privata) che lo vieti e, più ancora, nel contraddittorio assetto che la Banca centrale italiana assume in seguito alla riforma - venga parametrato anche al patrimonio di Via Nazionale, comprendente, come si è detto, le riserve auree.

Non è forse un caso che il Senato abbia introdotto nell’art. 4, co. 6, il precetto secondo cui l’acquisto delle proprie quote da parte dell’Istituto debba avvenire con modalità tali da assicurare altresì la “salvaguardia del patrimonio della Banca d’Italia, con riferimento al presumibile valore di realizzo”: tale frammento della disposizione, di formulazione tutt’altro che perspicua, sembra proprio accedere alla prospettiva - che avevamo paventato già da tempo - che nella determinazione del valore di scambio delle quote assuma un ruolo rilevante anche la consistenza del patrimonio della Banca, nel quale vengono, ancorché senza base legale, comprese le riserve auree.

Si avverte, quindi, con urgenza progressivamente crescente la necessità che sulla questione delle riserve auree, della loro titolarità e della loro gestione, si esca fuori di equivoco, soprattutto in considerazione della funzione che esse assumono - e anche sul punto ci si è già altra volta soffermati - quale garanzia di sovranità della collettività nazionale, anche per l’ipotesi in cui sia necessario uscire dall’Eurosistema.

Né può bastare l’introduzione, sempre in via di emendamento, della previsione che (art. 4, co. 6-bis) “La Banca d’Italia riferisce annualmente alle Camere in merito alle operazioni di partecipazione al proprio capitale in base a quanto stabilito dal presente articolo”: la disposizione risponde a un fine commendevole, sebbene non sia capace, per evidenti ragioni di coerenza sistematica, di contraddire a quanto previsto dallo stesso art. 6 in relazione ai referenti economici della negoziazione delle quote.

 

(1- continua)

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