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BANKITALIA/ Il regalo alle banche che si fa beffe degli italiani

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L’appartenenza del patrimonio (ivi comprese le riserve statutarie e, pur nel silenzio, solo a tratti allusivo, del Governatore, quelle auree) alla collettività (senza alcuna specificazione idonea a spiegare come tale imputazione si articoli concretamente dal punto di vista giuridico) non si riflette in alcuna disposizione e, viceversa, si rivela in contrasto sia con il regime dominicale delle quote (a prescindere dai diritti economici che vi corrispondono), sia con il sistema utilizzato proprio per fare luogo all’aumento di capitale (che ha sfruttato quelle riserve statutarie asseritamente di spettanza del popolo italiano: la Bce, nel suo parere, non ha mancato di ammonire circa la necessità che “tali riserve siano gradualmente ricostituite, nell’arco di un periodo di tempo adeguato, fino all’ammontare ritenuto necessario a salvaguardare il capitale e le attività della Banca d’Italia”), sia, ancora, con la previsione di cui all’art. 4, co. 6, d.l. n. 133/2013, a mente del quale anche l’acquisto delle proprie quote da parte della Banca debba avvenire tenendo conto del patrimonio dell’Istituto: il che, come si è avuto modo di sottolineare più volte, corrisponde alla ordinaria prassi delle negoziazioni di mercato aventi a oggetto titoli rappresentativi di capitale.

Il nodo del rapporto tra diritti economici ed esercizio delle funzioni pubbliche proprie di Bankitalia attraversa, caricandosi di incertezze e di contraddizioni, l’intero intervento del Governatore, quasi ombra di Banquo. Non c’è da meravigliarsene, ove si consideri che il metodo di valutazione prescelto dagli esperti nominati dalla Banca (c.d. Dividend discount model) è stato criticato dalla Bce nel parere al quale sopra si è fatto riferimento: “La Bce - vi si legge - ritiene che una valutazione così a lungo termine, in cui sono formulate supposizioni in merito ai futuri dividendi nell’arco di un periodo superiore a 20 anni, implichi l’utilizzo di dati congetturali in ordine alla quantificazione dei parametri chiave. Tuttavia sarebbero auspicabili ulteriori dettagli sui presupposti quantitativi”.

Il vero è che, con ogni probabilità, la stessa Bankitalia e gli stessi esperti hanno avvertito la difficoltà di tradurre in partecipazioni private le componenti del capitale dell’Istituto centrale, cioè di tradurre i risultati finanziari dell’esercizio di pubbliche funzioni (ossia la componente prevalente, come ha precisato lo stesso Visco, dell’attività di Via Nazionale) in reddito di impresa: di qui la puntualizzazione che le quote (in mano privata) non sono assimilabili a obbligazioni emesse dalla Banca (alle quali finiscono invece per somigliare molto da vicino), conservando la natura di reddito da capitale di rischio. Sennonché, nell’illustrare la metodologia adottata per la rivalutazione, il Governatore si trova poi ad affermare che il tasso utilizzato per scontare i dividendi futuri non può corrispondere a quello che si utilizza per una normale società privata.

La conclusione, sul punto, espone paradigmaticamente le incoerenze dell’operazione: mentre si “celebra” la estromissione, dalla voce dei dividendi, della parte corrispondente alle riserve, si attesta che, ai fini della rivalutazione, “si è preso pertanto a riferimento il valore dei dividendi supplementari [quelli cioè derivanti dalle riserve] che, in base all’attuale disciplina statutaria, avrebbero potuto essere trasferiti ai partecipanti nel corso degli anni e che invece sono stati accantonati tra le riserve della Banca d’Italia”, non solo, quindi, mantenendo il livello attuale di redditività, ma ulteriormente garantendolo, in quanto ormai legato al capitale.