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BANKITALIA/ Il regalo alle banche che si fa beffe degli italiani

Pubblicazione:giovedì 23 gennaio 2014

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Né più rassicurante si presenta il profilo della incidenza del d.l. n. 133/2013 sull’esercizio delle funzioni di vigilanza, non foss’altro perché - come si è avuto occasione di rilevare - l’organizzazione dell’Istituto è rimessa alla competenza del Consiglio Superiore: fondatamente, quindi, gli istituti di credito che non siano quotisti di Bankitalia potrebbero lamentare lo strutturale conflitto di interessi determinato dalla presenza maggioritaria, nel capitale dell’ente deputato alla vigilanza sul sistema bancario, di soggetti appartenenti al medesimo mercato sottoposto a controllo. Ma qui interessa soprattutto mettere in evidenza le considerazioni del Governatore, formulate nel paragrafo del documento presentato alla 6° Commissione permanente del Senato, sotto il titolo “Profili di vigilanza”. È lì che, significativamente, il vertice di Bankitalia avverte l’esigenza di avvertire che, mentre in precedenza - e cioè dall’inizio degli anni ‘90 del secolo scorso sino al d.l. n. 133 - il valore assegnato alle quote dalle banche partecipanti (con oscillazioni tra 0,52 euro e 73.764 euro!) era escluso, per disposizione di Via Nazionale, dal patrimonio di vigilanza, viceversa “La chiarezza sugli aspetti patrimoniali e le nuove regole sulla trasferibilità delle quote che sarebbero introdotte dal decreto legge [recte: dalla legge di conversione, essendo il d.l., alla data dell’audizione (12 dicembre 2013) già vigente] consentirebbero di rimuovere il filtro prudenziale e di includere le partecipazioni nel capitale della Banca d’Italia nel calcolo del capitale delle banche”. Dipenderà, poi - ha aggiunto il Governatore - dal trattamento contabile delle quote (nuovo strumento finanziario ovvero attività finanziarie disponibili per la vendita), alla stregua del Regolamento (UE) n. 575/2013, in vigore dal 1° gennaio 2014, la possibilità di includere le plusvalenze conseguite e non realizzate subito o a partire dal 2015.

Ecco, allora, che la ricerca della ratio della riforma, destinata a non attingere risultati sul versante della organizzazione pubblica, trova invece esito con riferimento agli effetti del d.l. n. 133/2013 sul patrimonio delle banche partecipanti, conseguentemente aggravando, però, le perplessità in ordine al fondamento e alla legittimità costituzionale e comunitaria del provvedimento di urgenza e, ove dovesse sopraggiungere, della legge di conversione (fatta eccezione per il caso che questa dovesse radicalmente mutare il segno della riforma, nel qual caso resterebbe sanzionata negativamente la responsabilità politica del Governo).

Del resto, che quelli appena descritti fossero obiettivi principali del provvedimento si evince dalla loro puntualizzazione nell’art. 6, co. 6, che, nel testo modificato dal Senato, autorizza i partecipanti al capitale, già dall’esercizio in corso, a iscrivere le loro quote “nel comparto delle attività finanziarie detenute per la negoziazione, ai medesimi valori”. Merita, anzi, segnalare che, nel testo approvato dal Governo, erano ancor più evidenti i segni della transizione, resa possibile dal decreto, con vantaggio delle banche, da una situazione di illegittimità a una di legittimazione, addirittura con pretesa di “sanatoria” (“A partire dall’esercizio in corso alla data di entrata in vigore del presente decreto, i partecipanti al capitale della Banca d’Italia trasferiscono le quote, ove già non incluse, nel comparto delle attività finanziarie detenute per la negoziazione, ai medesimi valori di iscrizione del comparto di provenienza”).

Dalle battute finali del documento del Governatore - dedicate alle funzioni della Banca - emerge con forza l’esigenza che la riforma dell’istituto vada in senso esattamente opposto rispetto al d.l. n. 133/2013, riportandolo, senza residui, nell’area del diritto pubblico, anche allo scopo di evitare che, in ragione del legame istituzionale sussistente tra Bce e Via Nazionale, si consolidi e riceva legittimazione normativa un assetto che costituisca i quotisti di Bankitalia in un centro di potere politico privato, così escludendone lo Stato.

Il lavoro della 6° Commissione permanente del Senato non ha avuto gli esiti che pure il gran numero di emendamenti proposti - alcuni particolarmente utili almeno a evitare gli effetti più preoccupanti del decreto legge (ad esempio, per quanto attiene alle riserve auree, che, conformemente all’opinione espressa da chi scrive, si sarebbero volute qualificare espressamente come beni patrimoniali indisponibili, nonché le molte proposte per l’integrale sottoposizione della Banca d’Italia a un regime strettamente pubblicistico, anche per quanto attiene al capitale, all’organizzazione e ai rapporti con le assemblee rappresentative) - lasciava se non prevedere, certo, però, sperare.

Ci si può ancora augurare che la Camera dei Deputati, impegnata proprio in questi giorni nell’esame del d.d.l. di conversione, voglia arrestare il cammino del decreto legge, rinviando, come avevamo auspicato, scelte di questa portata all’ordinario percorso parlamentare: è difficile, infatti - ma certo non impossibile - che il Presidente della Repubblica, il quale ha già positivamente vagliato i contenuti del provvedimento in sede di sua emanazione e, poi, ancora, quando ha autorizzato il Governo alla presentazione alle Camere del suddetto d.d.l., si determini a rinviare la legge al momento della promulgazione.

 

(2- fine)



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