BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

BANKITALIA/ Il regalo alle banche che si fa beffe degli italiani

MARIO ESPOSITO continua la sua analisi riguardante la legge sulla riforma della Banca d’Italia, su cui sembra lecito nutrire più di una perplessità. Seconda e ultima parte

Infophoto Infophoto

L’introduzione nel d.l. n. 133/2013, da parte del Senato in sede di approvazione del d.d.l. di conversione, dell’art. 4, co. 6-bis, in forza del quale “La Banca d’Italia riferisce annualmente alle Camere in merito alle operazioni di partecipazione al proprio capitale in base a quanto stabilito dal presente articolo”, risponde, come si diceva, all’esigenza - a fronte della privatizzazione della proprietà di Bankitalia - di mantenere un legame con lo Stato, almeno per quanto attiene al compimento di quelle operazioni di acquisto delle proprie quote sulle quali si sono appuntate anche le critiche della Bce. Ma l’obbligo di riferire dovrebbe essere esteso, per dare compiuta attuazione al principio del quale sembra essere espressione, all’intera attività dell’Istituto, atteso che la garanzia di autonomia e di indipendenza non può tralignare, come invece sembra evincersi da alcune opinioni, pur autorevoli e diffuse, in separazione della Banca dalla organizzazione statale. E qui si annida un altro equivoco: quello cioè delle forme, dei modi e dei limiti (e dunque, prima ancora, delle finalità) della diade “autonomia e indipendenza” dell’Istituto centrale.

Non è ovviamente possibile, in questa sede, intrattenersi funditus sul tema. Può nondimeno rilevarsi che ogni scelta in proposito deve conciliare le suddette esigenze di salvaguardia delle funzioni pubbliche che fanno capo a quella monetaria con il principio di sovranità popolare, il quale implica, ovviamente, che tutti i soggetti che, a vario titolo, esercitano attività i cui effetti contribuiscono a conformare l’assetto della collettività, devono essere sottoposti a istanze di controllo e, ove occorra, anche di correzione del loro operato, allorché se ne ravvisi l’incompatibilità (o addirittura la contrarietà) con gli interessi nazionali, per come definiti e apprezzati dalla collettività medesima e, soprattutto, in un regime rappresentativo, dagli organi che abbiano ricevuto investitura popolare.

Risulta, dunque, poco persuasivo l’argomento speso dal Governatore Visco, sempre nel corso della sua audizione, secondo cui, con specifico riferimento alla questione del valore del capitale, lo Stato non avrebbe titolo per autonomamente risolvere simili problemi, essendo invece tenuto a confrontarsi con la Banca “per rispetto del principio di indipendenza”, quasi che la seconda avesse una soggettività radicata in un ordinamento separato (e forse anche superiore) a quello statale, dal quale, invece, ripete il titolo di esercizio di una frazione della sovranità che in prima e ultima istanza spetta alla collettività popolare.

È insomma ben difficile reperire una qualche convincente giustificazione della scelta compiuta con il d.l. n. 133/2013, almeno per quanto attiene al basilare profilo della legittimità giuridica. Ciò si riflette, significativamente, nella difficoltà dello stesso Governatore (e dunque dell’Istituto, che pure ha avuto un ruolo primario nella confezione del provvedimento) a darne conto.

Il tentativo di far risaltare una linea di continuità tra il precedente e il nuovo assetto si infrange su ineludibili dati di diritto positivo. La sedicente limitazione dei diritti dei quotisti mal si concilia con il fascio dei poteri e delle facoltà che a essi spettano in forza del d.l. e dello statuto, a partire da quelli corrispondenti alle prerogative dell’assemblea (approvazione del bilancio, nomina dei membri del Consiglio Superiore, modifica dello Statuto). L’apertura del regime di circolazione delle quote (già di per sé di ben difficile giustificazione, in considerazione della natura pubblica delle funzioni proprie della Banca centrale e dei diritti non patrimoniali spettanti ai partecipanti) è rimesso, successivamente alla reintroduzione, da parte del Senato, di una clausola di gradimento da parte del Consiglio Superiore (emanazione, merita rammentare, dei quotisti) (art. 6, co. 5, lett. d) - il quale può annullare (ma non è dato comprendere con quali strumenti e con quali ricadute sul regime civilistico dei relativi negozi di trasferimento) la cessione delle quote - alla discrezionale valutazione del suddetto organo e, quindi, in misura molto rilevante, al “gradimento”, appunto, dei quotisti.