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SPY FINANZA/ I paesi "insospettabili" pronti a scatenare una crisi

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L’Europa è salva e in netta ripresa, vero? Falso. E a dirlo non sono io nemmeno questa volta, bensì il Fondo monetario internazionale nella settimana dedicata al World Economic Forum di Davos. Già, la scorsa settimana vi ho riportato le parole allarmate del numero uno dell’istituto di Washington, Christine Lagarde, la quale ha messo in guardia dai rischi di deflazione nell’eurozona, da un anticipo del ritiro delle misure di stimolo della Fed e dal fatto che l’Abenomics giapponese sta perdendo spinta. Ora, c’è qualcosa di più sul fronte europeo. Ovvero, il Fmi ha aggiunto altri quattro paesi alla lista di quelli con il potenziale di destabilizzare l’economia globale. Sapete quali? Tenetevi forte: Danimarca, Finlandia, Norvegia e Polonia.

E non pensiate che l’inserimento in quella lista, passata da 25 a 29 paesi, non abbia conseguenze. Primo, quei paesi saranno soggetti ad assestamenti obbligatori del settore finanziario e, secondo, questa decisione potrebbe minare lo status di bene rifugio per il debito delle nazioni nordiche, il cui crescente debito del settore privato viene ora inteso come un rischio finanziario. Il crescente debito privato e le misure di austerity imposte dai governi stanno operando da deterrente rispetto alle spese dei consumatori nella regione nordica.

Addirittura, il regolatore dei mercati finanziari danese sta pensando di limitare le politiche di prestito delle banche per affrontare il problema del carico di debito privato, salito al 321% del reddito disponibile. Mentre già nel 2011 il debito privato in Norvegia era al 200% del reddito disponibile. C’è poi la ratio debito/Pil. Quella della Finlandia è destinata quasi a raddoppiare, passando dal 33,9% del 2008 al 60,5% del 2015, stando a proiezioni del Fmi, il tutto al netto di una contrazione dell’economia finlandese che lo scorso anno è stata dello 0,65%. La ratio di debito polacca ha raggiunto il 57,6% del Pil lo scorso anno e una clausola contenuta nella Costituzione impone che superato il 55% scattano automatiche e obbligatorie misure di austerity.

C’è poi la perdita di competitività. La Danimarca è scesa al 15mo posto del report sulla competitività stilato proprio dal World Economic Forum, mentre nel 2008 era al terzo posto. Il costo del lavoro è salito del 9,1% tra il 2008 e il 2012, contro un aumento medio nell’Ue dell’8,6% nello stesso periodo. La Norvegia ha già oggi il costo del lavoro più alto d’Europa, avendo toccato i 48,3 euro all’ora nel 2012, contro i 30,4 euro della Germania: un qualcosa che potrebbe chiaramente andare a minare competitività e outlook di crescita economica. A determinare l’inclusione dei tre paesi nordici nell’assestamento obbligatorio è parte della nuova metodologia del Fmi che dà maggior rilevanza all’interconnessione finanziaria: il Paese con maggior collegamenti finanziari nel mondo è il Regno Unito, seguito dalla Germania e sette delle prime dieci nazioni in questa categoria sono nell’eurozona.

Pensate che comunque sia quei paesi siano troppo piccoli per mandare shock globali? Il Fmi non la pensa così e questa volta sembra davvero preoccupato. Anche Lehman Brothers avrebbe dovuto avere, con il suo fallimento, un impatto limitato. Così non è stato. E attenzione, un elefante silenzioso è entrato nella stanza. Guardate questo grafico: ci dimostra le esposizione bancarie estere alla Turchia, nazione che sta vivendo una periodo di enorme turbolenza politica e sociale, con il deficit all’8% del Pil e la valuta in caduta libera. Basterebbe poco, ma davvero poco, a tramutare quel grafico in una crisi in piena regola. Attenti ai profeti dell’ottimismo senza cifre, né grafici.

 

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