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Economia e Finanza

DL BANKITALIA/ Il "colpo di mano" del Governo contro Parlamento (e italiani)

Il Governo ha posto la questione di fiducia sulla conversione del d.l. n. 133/2013, riguardante anche la privatizzazione della Banca d’Italia. Il commento di MARIO ESPOSITO

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Ieri un lancio dell’Agenzia Ana delle ore 12:12 ha diffuso la notizia che il Governo, per mezzo del Ministro per i Rapporti con il Parlamento Franceschini, ha posto la questione di fiducia sulla conversione del d.l. n. 133/2013. La votazione si terrà oggi a partire dalle 11:45. L’annuncio ha subito scatenato una vigorosa reazione dell’Onorevole Corsaro, perciò espulso dall’emiciclo. Reazione comprensibile: il termine ultimo per il voto della Camera dei Deputati sarebbe scaduto il 29 gennaio prossimo e, d’altronde, come ognun sa, le Assemblee parlamentari non sono certo obbligate a convertire in legge i provvedimenti d’urgenza del Governo. Al contrario, l’art. 77, co. 2 Cost., dispone che l’adozione di simili provvedimenti impegni la responsabilità (anche) politica del Governo, il quale, per le ipotesi in cui le Camere non approvino il cosiddetto bill of indemnity, sarebbe, a rigor di norma, astretto alle dimissioni.

In un contesto di progressiva diffusione di critiche al d.l. n. 133, spesso puntuali e ampiamente argomentate ed espresse sia nel corso del procedimento di conversione, sia nella pubblicistica quotidiana e periodica, nonché in sede scientifica, questa imposizione, più che posizione, della fiducia conferma la gravità delle implicazioni ordinamentali del disegno di privatizzazione o piuttosto di devoluzione a un pool di banche egemoni delle essenziali funzioni un tempo confidate a Bankitalia quale ente pubblico, corrispondente forse a un disegno di smantellamento dell’Istituto e con esso del suo patrimonio, esposto a dinamiche di mercato, benché nella sua totalità, e con maggior evidenza per quanto attiene alle riserve auree, esso rappresenti una “garanzia reale” della sovranità popolare, sulla cui titolarità e sulla cui gestione, siccome parte, in senso lato, del domaine de la Nation, sarebbe stato doveroso quanto meno consentire che la rappresentanza potesse esprimersi con i poteri che le competono nel procedimento di cui all’art. 77 Cost.

La scelta dell’Esecutivo inibisce, viceversa, il normale esercizio di tali poteri e sembra così orientata a determinare l’assunzione del decreto legge nel plesso programmatico che unisce la (per altri versi ben poco coesa) maggioranza di governo, nonostante le incongruenze e le contraddizioni (anche rispetto a principi e disposti costituzionali) e senza concedere alla controparte del rapporto fiduciario alcun serio margine di negoziazione. Né può ritenersi che ciò si debba all’urgenza - posto che vi fosse - di giungere alla stabilizzazione delle altre norme contenute nel provvedimento e segnatamente di quelle concernenti l’Imu: a tal fine il Governo avrebbe già potuto separare le due parti del decreto, tra loro tanto eterogenee da aver dato luogo, in sede parlamentare, a fondate eccezioni di illegittimità costituzionale.


COMMENTI
24/01/2014 - Napolitano NON firmi (Carlo Cerofolini)

Tutto vero, non sarebbe allora il caso che il Presidente della Repubblica o si rifiutasse di firmare questo deleterio e incostituzionale DL o, se può, temporeggiasse a fino a che non sarà saltato il governo - o perché è stata varata la nuova legge elettorale o perché non lo è stata - e che quindi così nulla osti a che il 24 maggio si possa andare tranquillamente a nuove elezioni politiche, di modo che a questo punto Napolitano sarà ancora libero di non firmare detto DL?