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FIAT-CHRYSLER/ Gli indizi che portano la sede via da Torino

Il Lingotto, sede storica di Fiat (Infophoto) Il Lingotto, sede storica di Fiat (Infophoto)

Ciò detto, a noi non rimane che sperare che Fiat-Chrysler mantenga le sue promesse d’investimento in Italia: questo implicherebbe certamente una crescita della produzione, probabilmente anche delle vendite. Ma produrre e vendere sono due cose diverse, e Fiat-Chrysler per crescere nella distribuzione, soprattutto oltralpe, ha bisogno di politiche per l’export. È chiaro che se la produzione sarà rilanciata, come Marchionne dice, nel giro di qualche anno ci sarà la possibilità di mandare a regime il personale che al momento è molto sottoimpiegato negli stabilimenti. Ma l’operazione è molto complessa.

Il destino degli impianti è argomento di cui si discute poco e male, perché i numeri che circolano sono sempre approssimativi. C’è una situazione di massiccio impiego della cassa integrazione per quanto riguarda Mirafiori, Melfi e Cassino: a Melfi 5.500 operai lavorano la metà delle ore, a Mirafiori sono 4.300 a lavorare 3 giorni al mese, a Cassino 3.860 sono impiegati 6/7 giorni su 30, e a Pomigliano 1.200 sono in cassa integrazione a rotazione.

È vero che con il rilancio della produzione - e di Alfa Romeo in particolare - si presuppone di riassorbire il personale e saturare gli stabilimenti, ma non si tratta di una conseguenza immediata e, soprattutto, bisognerà capire realmente come si comporterà il mercato. Non è scontato, infatti, che ciò che viene prodotto sarà poi venduto. Ecco perché, quegli incentivi per l’export che Monti aveva promesso nel 2012 e che non sono mai arrivati, oggi si rivelerebbero molto utili, visto che il rilancio della produzione è molto orientato al mercato globale. Ma, è cosa nota, i tempi del mercato e quelli del governo non vanno di pari passo… nemmeno quelli di Fiat, che per il momento se ne va a Londra.

 

In collaborazione con www.think-in.it

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