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SPY FINANZA/ I "messaggi in codice" degli speculatori

Pubblicazione:sabato 25 gennaio 2014

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«Quanto più oscura è l’ora, più vicino è il soccorso», scriveva Bertolt Brecht nell’atto III, scena 3 de “L’opera da tre soldi” e ci aveva visto giusto. Le turbolenze che i mercati hanno conosciuto giovedì e ieri sono il segnale che qualcuno ha voluto mandare ai cosiddetti regolatori, governi e banche centrali: noi sappiamo che la crisi non è affatto passata, che la ripresa non è in atto e che anzi molti paesi sono sull’orlo del baratro. Quindi, o voi fate in modo che la nostra giostra non si fermi oppure noi andiamo avanti. Fino ai default, se serve.

La speculazione internazionale si comporta così: le sempre più frequenti voci di un ulteriore abbassamento degli acquisti della Fed a 65 miliardi mensili da annunciarsi a fine mese non sono cosa che piace a chi ha fatto miliardi grazie al rally e ora ha bisogno di tempo per scaricare al parco buoi tutta la carta da parati di cui è strapieno. E lo manda a dire a modo suo. Dall’altro lato, poi, ci sono i ribassisti, ovvero gli hedge fund che durante il 2013 hanno dovuto abbassare le penne con le scommesse short grazie ai rialzi record delle Borse e che ora cominciano ad ammassare posizioni sul naked short, ovvero prendendo a prestiti titoli per pagarli poi a sconto se davvero il loro valore sarà sceso.

D’altronde, chi non lo farebbe visto che anche i bambini sanno che quei titoli sono sopravvalutati almeno del 30% grazie al denaro facile della Fed. Ma non solo. Il nostro spread, quello miracolosamente calato sotto quota 200 senza che ce ne fosse alcun motivo (a parte la Dea stabilità), in due giorni ha preso circa 30 punti base e ha toccato venerdì il massimo di 227 punti all’ora di pranzo. L’Italia ha reso noti dati particolarmente catastrofici? No, tutto esattamente drammatico come quando il differenziale andò sotto i 200. E tutto scollegato ormai, mettetevelo in testa. Certo, un bel driver per dare un colpetto speculativo anche all’obbligazionario sovrano l’ha fornito, involontariamente, Mario Draghi con l’intervista rilasciata al quotidiano svizzero “Neue Zuercher”.

Cosa ha detto il numero uno della Bce? «Nel caso dovesse emergere qualche debolezza, la metteremo in luce e prenderemo le appropriate contromisure». Ma non solo: «Le banche europee deboli dovrebbero uscire dal mercato e stiamo prendendo la cosa molto seriamente». Capito!? Le banche deboli, sottocapitalizzate, si chiudono, non si salvano. Il presidente della Bce ha poi sottolineato che «il denaro dei contribuenti sarà utilizzato solo come ultima risorsa» nel caso di fallimenti delle banche e aggiunge che «non si tratta di ottimismo: le nuove regole, che non esistevano quando la crisi è scoppiata, prevedono adesso questo tipo di meccanismo. C’è poi un impegno a livello di ministri delle Finanze e di capi di Stato che prevede il coinvolgimento dei creditori delle banche», diceva ancora Draghi nell’intervista, ribadendo la necessità di agire più che mai sul meccanismo europeo di risoluzione e sul fondo unico, il MEF, che entrerà a regime però solo tra 10 anni...


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