BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Economia e Finanza

SPY FINANZA/ I guai della Cina che fanno tremare il mondo

InfophotoInfophoto

Una cosa è certa: quando le autorità cinesi apriranno al capital account e renderanno convertibile il renmibi, ci sarà un diluvio di liquidità all’estero, con il forte rischio di un crollo disordinato - ad esempio - nei prezzi del mercato immobiliare ma non solo. Per questo non lo faranno. Almeno non a breve. C’è poi il dato di fatto di cui vi parlavo pochi giorni fa, ovvero il default previsto per il 31 gennaio di un prodotto ad alto rendimento commercializzato nelle filiali della Icbc per conto di un fondo che la banca non intende coprire: si tratta di 500 milioni e quasi certamente verrà permesso il default parziale, con le due banche chiamate a coprire ognuna per il 25%, garantendo così un haircut ma non il wipeout totale dell’investimento, così da colpire qualcuno per educarne qualche milione, come va di moda in quel Paese. Anche se da Davos, proprio ieri, l’ex advisor della Banca del Popolo cinese, Li Daokui, ha reso noto che «un default controllato è meglio di un non default, anche in modo da insegnare qualcosa agli investitori per il futuro». Staremo a vedere se si prenderanno davvero questo rischio. Inoltre, gli ultimi dati disponibili parlano di creazione di massa monetaria M2 scesa al 13,6% in dicembre dal 14,2% di novembre, a causa della contrazione del credito imposta dalle autorità per cercare di sgonfiare la bolla del sistema bancario ombra.

E la creazione di moneta in Cina ha implicazioni a livello globale, visto che è pari al 200% del Pil, uno volta e mezzo il livello in termini assoluti degli Usa: e la deflazione sta già mettendo un piede in casa. La Cina, d’altronde, sta gestendo uno stock di 24 triliardi di dollari di credito, una massa incontrollabile e gli ultimi dati parlano di investimenti fissi per 5 triliardi di dollari nel 2013, più di Usa e Ue insieme. Questo impone ulteriore capacità in eccesso, quindi impulsi deflazionari in tutto il mondo. Come confermato da Fitch, in Cina è in atto una crescita senza precedenti della ratio credito/Pil, come mai accaduto in grandi Paesi nei tempi moderni. Certo, la natura stessa del sistema cinese ci dice che questa situazione non finirà in una crisi bancaria di stile occidentale, poiché in Cina il sistema finanziario è un braccio dello Stato. Finirà in maniera diversa, ma potrebbe comunque trasformarsi in qualcosa di spiacevole per chi vedeva nel 2014 l’anno della grande ripresa globale, visto che già oggi il livello di credito cinese è pari a quello statunitense e giapponese insieme come controvalore in dollari.

Capite che quanto succederà in Cina non sarà una faccenda meramente cinese, ma ci riguarderà tutti. Anche perché la Cina oggi è uno dei principali motori degli utili dichiarati dalle multinazionali quotate nelle principali borse internazionali, specie sulle piazze americane. Una diminuzione della crescita o peggio anche solo una stagnazione farebbe immediatamente sballare tutti i rapporti prezzi/utili attesi, già oggi a livelli overvalued grazie alla liquidità della Fed. Inoltre, il Pil reale cinese nel 4° trimestre è sceso leggermente, al 7,7% anno su anno, rispetto al 7,8% anno su anno del trimestre precedente. Il dato porta al 7,7% la crescita annuale per il 2013, superiore al 7,5% che si era prefissato lo scorso anno il governo cinese, mentre il target di quest’anno non è stato ancora comunicato.