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Economia e Finanza

GEO-FINANZA/ Sapelli: l'Argentina svela la "trappola" in cui può cadere l'Italia

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È l’ora della verità, cari economisti sostenitori del modello “Solo le esportazioni possono salvarci e non ce ne importa nulla se la disoccupazione aumenta!”. Invece, le grandi entità finanziarie mondiali si sono via via ritratte dai paesi in via di sviluppo, ora chiamati paesi emergenti, e si sono nuovamente diretti decisamente verso gli Usa e in parte (e il che pare incredibile!) verso la deflazionaria Europa. Ma le eccedenze di debito estero che dovrebbero finanziarie in forma indefinita le importazioni di paesi distrutti da politiche regressive sui mercati interni e distrutte sul piano della domanda interne, sono esplose. È ora saltato l’anello più debole: l’Argentina.

Le cause? Il peso argentino (valuta non convertibile e che era l’unica ad aver circolazione legale nella nazione) nell’ultimo mese ha perso il 17% rispetto al dollaro, toccando quota 8,24. Per il peso si tratta del crollo più pesante degli ultimi 12 anni, cioè dai tempi del cosiddetto “corralito” (quando non si poteva, nel 2001, ritirare denaro locale dalle banche se non in una quantità irrisoria e i militari proteggevano queste ultime dagli assalti della folla). Del corallito ora riemerge lo spettro.

Per la Kirchner è giunta l’ora della vergogna: nel 2002 l’Argentina si era faticosamente rimessa in carreggiata grazie al boom del prezzo delle commodities, ma la sua politica dissennata ha rovinato tutto. Una politica troppo redistributiva e “parassitaria”. La direzione peronista ha fatto una serie di errori uno dopo l’altro: innanzitutto troppo peronismo nello sfruttare il boom con il rent seeking, ossia con il monopolismo statale, in contrapposizione alla libera concorrenza necessaria. L’Argentina ha sussidiato dalla benzina ai generi alimentari. E quel poco che ha fatto di liberista, ossia le privatizzazioni, le ha fatte in maniera sciagurata, alla Prodi: non per creare grandi gruppi ma per vendere gli assets agli amici, come nel caso dell’Ilva e della Sme. Per non parlare poi della limitazione della circolazione del denaro e della vendita delle riserve della banca centrale in dollari. Con questi ingredienti è inevitabile il crollo della moneta.

La Kirchner, insomma, ha paralizzato il sistema economico, non creando domanda effettiva secondo il principio keynesiano e allontanando gli investimenti stranieri, come nel caso del mercato della carne. L’Argentina ha avuto storicamente da sempre la migliore qualità, ma a causa dei dazi sulle esportazioni è stata superata non solo dal Brasile ma anche da Uruguay e Paraguay, paesi di grande tradizione ma molto più piccoli. Per non parlare poi della gestione di alcuni affari internazionali, come quello legato a Repsol, e del progressivo allontanamento anche dal Fmi a causa dei famosi bond, “questione ancora irrisolta”. Tutti elementi che hanno spaventato non poco gli investitori.

Adesso il risultato è un’inflazione effettiva tra il 26% e il 30%, nonostante il governo parli del 10% (hanno licenziato molti tecnici dell’Istat argentino per mettere le stime in mano a dei funzionari, ma non possono più mentire), e degli indici di povertà e di disoccupazione doppi rispetto a quelli italiani. Come se ne esce? Innanzitutto mandando via la Kirchner: il peronismo ha fallito e ci vuole ora un’alleanza tra liberali e socialisti per rilanciare il Paese.


COMMENTI
28/01/2014 - Analisi corretta ma.... (Guido Gazzoli)

L'analisi di Sapelli è corretta nelle sue conclusioni e in molte altre cose , ma credo sia giusto sottolineare alcuni punti. In primis...le esportazioni dell'Argentina , limitandosi al solo mercato agricolo , non rivestono una sostanziale importanza strategica , anche perchè il Governo stesso , nelle sue politiche aberranti e sconclusionate , limita le stesse...in pratica attua una politica economica dell'Harakiri... Poi c'è da considerare il fatto che il regime kirchnerista , attraverso la politica ultrastatalista , ha creato un malcontento generale ma anche una specie di ricatto di massa per cui non è di facile rimozione. Solo un crack improvviso , che è nell'aria , potrebbe far saltare il tavolo , ma in altro modo , con la costruzione del "paese della felicità" attuata a livello di comunicazione tanto simile a quella del generale Peron ( ma con un altro quadro economico )la vedo dura...anche se camminando per Buenos Aires la simpatia con cui viene vista Cristina è uguale a quella con cui si giudicava Videla ( dopo la caduta del regime , ovvio ).