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SPY FINANZA/ S&P's e il disegno dei mercati sull'Italia

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E pensate una cosa, tanto per farvi capire quale farsa sia la ripresa che ci stanno spacciando come metadone sociale: il debito francese a 10 anni viene trattato sui mercati a 36 punti base meno del pari scadenza statunitense! Ma tant’è, la vita è bella perché è varia. Ma si sa, la “polizza Renzi” sta garantendo all’Italia relativa tranquillità sui mercati, mentre la contabilità creativa spagnola di cui abbiamo parlato ieri viene presa per buona fino a quando farà comodo. Ecco quindi che ieri mattina il Tesoro italiano ha collocato 2,5 miliardi di Ctz 2015 all’1,031%, in calo rispetto all’1,346% dell’asta del 27 dicembre scorso e sui minimi dall’introduzione dell’euro, con domanda pari a 1,78 volte l’offerta. Piazzati anche 1,25 miliardi di Btpei settembre 2018 all’1,39%, in forte ribasso dal 2,30% del 27 ottobre scorso e con una domanda pari a 1,88 volte l’offerta. Poco prima, la Spagna aveva collocato 3,1 miliardi di titoli a 3 e 9 mesi sempre con tassi in calo (a 0,343% sul tre mesi da 0,631%, a 0,655% sul 9 mesi da 0,841%). Evviva, siamo dei fenomeni noi e i cugini iberici!

Non la pensa così, invece, Standard & Poor’s che sempre ieri è tornata a minacciare l’Italia. L’agenzia potrebbe infatti abbassare il rating del Bel Paese, attualmente a BBB, se concluderà che il governo Letta non è in grado di attuare politiche che aiutino a ripristinare la crescita e a evitare che gli indicatori del debito pubblico si deteriorino oltre le aspettative attuali. Un declassamento, ha spiegato l’agenzia di rating, potrebbe anche dipendere da ritardi nell’affrontare alcune delle rigidità nei mercati del lavoro, dei servizi e dei prodotti, che stanno frenando la crescita. Se, invece, l’esecutivo riuscirà ad applicare le riforme strutturali, l’outlook dell’Italia potrebbe passare da negativo a stabile.

Per l’agenzia di rating, il Pil dell’Italia crescerà solo dello 0,5% tra il 2014 e il 2016 e a limitare la crescita sono la debole domanda di lavoro, le strette condizioni del credito e la situazione deflazionistica. Anche nel 2016, il prodotto dell’economia italiana resterà quasi del 7% al di sotto dei livelli del 2007. In compenso, alla fine di quest’anno, stima ancora S&P’s, il debito pubblico italiano salirà al 134% del Pil ed è quindi essenziale che il governo attui riforme strutturali che stimolino la crescita: «Dal nostro punto di vista, quest’anno decisioni politiche chiave potrebbero avere un rilevante impatto sulla performance economica e quindi sulle finanze pubbliche». E ancora: «Se l’attuale coalizione di governo dovesse attuare riforme strutturali a favore della crescita, soprattutto nel mercato del lavoro, il potenziale di crescita dell’Italia potrebbe migliorare».

Insomma, ci dettano l’agenda, ma di fatto stanno seguendo le indicazioni dei mercati: serve Renzi a Palazzo Chigi e serve subito, come d’altronde ha chiaramente fatto intendere ieri il nuovo consigliere politico di Silvio Berlusconi, Giovanni Toti, parlando di un possibile “governo di scopo” guidato dal sindaco di Firenze. È tutto già scritto, il buon Enrico Letta si metta l’animo in pace: se non ci fosse un piano, una regia, con i dati macro enumerati chirurgicamente da Standard&Poor’s col piffero che si piazzano i titoli di Stato ai valori di ieri mattina e lo spread resta a quota 220!

Il perché è noto, ormai penso abbiate la nausea per quante volte l’ho ripetuto: l’incesto tra titoli di Stato e sistema bancario, lo stigma delle aste Ltro della Bce. E non pensiate che, stante i differenziali che si sono stabilizzati e le aste che vanno bene, il trend di acquisti delle banche si sia fermato. Anzi, la quota di bond sovrani detenuti dalle banche dei paesi acquirenti è aumentata e molto negli ultimi mesi, tanto che pesa per più della metà dell’aumento netto di emissioni di debito in alcuni paesi. Quali? I campioni delle aste, ovvero noi e la Spagna, dove i bond sovrani ormai sono quasi al 10% degli assets totali delle banche, come dimostrano questi due grafici.