BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

DL IMU-BANKITALIA/ Una legge contro gli italiani, ecco i nuovi indizi

Pubblicazione:giovedì 30 gennaio 2014

Palazzo Koch, sede della Banca d'Italia Palazzo Koch, sede della Banca d'Italia

Un ulteriore rilievo: lo scopo ultimo del d.l. n. 133/2013 e, quindi, quello dell’insistenza per la sua approvazione sono forse rivelati, meglio di ogni altro degli indizi sin qui passati in rassegna, da quello costituito dalla bocciatura, il 28 gennaio, dell’o.d.g. presentato dal partito Fratelli d’Italia e motivatamente inteso a impegnare il Governo “a valutare la tempestiva adozione di un atto normativo che ribadisca, in maniera esplicita, che le riserve auree sono di proprietà dello Stato italiano e non della Banca d’Italia, a prescindere dall’assetto statutario di quest’ultima; ad adottare le iniziative opportune affinché le riserve auree eventualmente ancora detenute all’estero siano fatte rientrare nel territorio nazionale, entro il termine massimo di dodici mesi dall’entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto-legge”.

L’effetto probabilmente più disastroso del provvedimento in questione è infatti - come si è avuto occasione più volte di segnalare - la formazione di un titolo giustificativo (ancorché precario e comunque di dubbia legittimità costituzionale) alla disposizione, da parte dei quotisti, del cespite più rilevante che Bankitalia - come si legge espressamente nell’ultima Relazione del Governatore - si arroga il diritto di annettere iure dominii (si parla infatti di “proprietà”), cioè le riserve auree.

Il potere dispositivo di tali riserve si potrebbe esercitare, tra l’altro, mediante la cessione delle quote di partecipazione o, indirettamente, mediante la negoziazione delle azioni dei partecipanti al capitale dell’Istituto, assicurandosi così un doppio circuito di immissione nel mercato del valore dell’oro riservato (nonché delle valute assimilate) mediante i titoli direttamente o indirettamente rappresentativi.

A confutazione, poi, di un’illazione circolata anche sulla stampa quotidiana, secondo cui la mancata conversione del d.l. avrebbe comportato, per quanto qui rileva, il venir meno di asserite misure restrittive della circolazione delle quote a garanzia dell’italianità, è appena il caso di osservare, innanzitutto, che nella prima stesura del decreto l’italianità era stata rimossa come inutile barriera; e, poi, che, al contrario, la mancata conversione avrebbe riportato in vigore l’art. 20 R.D. n. 375/1936 e l’art. 19, co. 10, l. n. 262/2005 - abrogati proprio dal d.l. n. 133/2013 - obbligando così gli attuali quotisti che non siano soggetti pubblici a restituire allo Stato le quote da loro illegittimamente detenute. Perché - bisogna ricordarlo - la legge del 2005 poneva rimedio alla violazione dell’art. 20 R.D. cit., perpetrata attraverso la permanenza nell’area dei quotisti delle ex banche di interesse nazionale e delle ex casse di risparmio, dopo la loro privatizzazione.

Quanto infine alla evocazione, da parte del Ministro Saccomanni, dei rapporti con Bruxelles e con la Bce, si rileva che nessuna disposizione europea astringe alcuno Stato membro alla riforma dei rispettivi Istituti di emissione e che, al contrario, la Banca di Francoforte, nell’esprimersi sul testo del decreto, aveva formulato più di un rilievo, anche a seguito del quale - e pur questo si è già segnalato - sarebbe stato necessario o sommamente opportuno affidare la sorte del progetto normativo alle ordinarie vie della legislazione parlamentare.



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.  

COMMENTI
30/01/2014 - Ricorrere alla Corte Costituzionale (Carlo Cerofolini)

Non è che questo decreto potrebbe venire impugnato di fronte alla Corte Costituzionale, per sperare di non venire espropriati di Bankitalia e dei suoi, ovvero nostri, averi? Chi può, se c’è, batta un colpo!