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SPY FINANZA/ La bolla della Fed pronta a far nuovi danni

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Ben Bernanke (Infophoto)  Ben Bernanke (Infophoto)

Insomma, nel giorno dell’addio definitivo di Ben Bernanke all’ultimo comitato monetario della Fed (Fomc), il frutto avvelenato dei suoi QE sembrava voler presentare il conto, quasi una vendetta calcolata e maturata nel tempo. Ora, al momento in cui questo articolo veniva consegnato alla redazione, non si era ancora a conoscenza delle decisioni della Fed ma il ragionamento, nella sua gravità, vale comunque: se un “taper” limitato come quello attuale, ovvero 10 miliardi in meno su 85 di totale originario, ha portato a conseguenze virali simili sulle economie emergenti, con la Banca centrale turca che per non veder collassare il Paese ha alzato in un solo colpo i tassi del 4,25% non sortendo effetti, cosa ci aspetta per il futuro? Se si scenderà a 65 miliardi al mese? E poi bisognerà scalare ancora, gradatamente ma a quel punto quanti paesi avranno retto e quanti avranno fatto, almeno tecnicamente, default? A quel punto, cosa ne sarà della cosiddetta ripresa globale, stante il rallentamento della crescita cinese e la bolla del credito che la Banca del popolo sta cercando di far esplodere in modo controllato?

Cosa vi ho detto per mesi, mentre le Borse sfondavano un record dopo l’altro: pagheremo il conto a questa follia e sarà salato. Aver drogato i mercati porta a questo: paesi con dinamiche macro da malato che, di colpo, devono fare a meno della carrozzella della liquidità a costo zero e camminare con le proprie gambe. Bum, cadono per terra. Come la lira turca. E guardate che essere nell’Ue non ci mette al riparo, basti guardare l’andamento delle Borse europee ieri pomeriggio dopo il crollo della valuta turca: tutte in profondo rosso, nonostante il rimbalzo delle piazze asiatiche nottetempo, con il Nikkei che ha chiuso a +2,70% proprio grazie alla notizia dell’aumento dei tassi a Istanbul. Svanito l’effetto placebo, è tornata la realtà.

Stando agli analisti di Barclays Bank, se la volatilità dovesse aumentare, sarebbe proprio l’area euro a pagare il prezzo più alto per la sua esposizione, seguita poi da Giappone e Usa. La banca d’affari divide infatti i mercati emergenti in due gruppi: il primo, il cosiddetto “stressed group” ha al suo interno Argentina, Brasile, India, gran parte degli asiatici, Russia, Sudafrica, Turchia e Venezuela, nazioni che hanno visto le proprie valute calare mediamente del 16% negli ultimi dodici mesi. C’è poi un secondo gruppo di nazioni più resistenti, le cui monete hanno mantenuto un livello più o meno stabile nelle dinamiche forex.

Valutando le ratio di export su Pil, l’Europa ha il 3,1% di esposizione alle cosiddette “economie stressate”, contro il 2,4% del Giappone e l’1,3% degli Usa. Se per caso, poi, la Cina si vedesse costretta a ridurre seriamente il proprio export dai paesi del cosiddetto G3, allora i guai per l’eurozona potrebbe davvero diventare seri. Di fronte a noi abbiamo tre scenari. Primo, un shock deflazionario globale con un crollo pesante dei prezzi degli assets, stile 2008. A quel punto, le banche centrali riprenderanno il bazooka della liquidità, innescando però - questa volta sì - un rischio di iper-inflazione, stante la perdita totale di fiducia nelle valute. Secondo, una graduale ripresa con inflazione a livelli medi, tali da consentire un’uscita senza traumi dalle attuali politiche di stimolo. Terzo, ripresa globale ma con le banche centrali troppo lente o timide nell’innalzare i tassi di interesse, facendo così galoppare l’inflazione che a sua volta richiede politiche restrittive e quindi un nuovo rallentamento economico.



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