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DL BANKITALIA/ Saccomanni e le "balle" del ministero

Pubblicazione:venerdì 31 gennaio 2014

Fabrizio Saccomanni (Infophoto) Fabrizio Saccomanni (Infophoto)

Non è forse un caso, del resto, se, prima ancora che fosse emanato il provvedimento d’urgenza, alcuni esponenti dei quotisti avevano avanzato pretese affinché, per l’ipotesi in cui si fosse data attuazione - come pure era doveroso! - all’allora vigente art. 19, co. 10, l. n. 262/2005 (che, come più volte si è avuto modo di rammentare, imponeva che le quote detenute dai privati tornassero in capo a enti pubblici), si desse prima corso alla rivalutazione del capitale così da far percepire ai partecipanti un prezzo più alto.

Né può dimenticarsi o passarsi sotto silenzio - come ha invece fatto il Ministero - che un ancor più radicale depauperamento è causato dalla costituzione del titolo di giustificazione (però costituzionalmente illegittimo) alla disposizione, da parte dei quotisti, delle riserve auree, sulle quali, senza alcun fondamento normativo, tantomeno specifico, la Banca d’Italia afferma di avere un diritto dominicale: essi potranno disporne sia, direttamente, mediante la cessione delle proprie partecipazioni - il cui valore, conformemente alle dinamiche di mercato, verrà stabilito tenendo conto anche di tali riserve - sia, indirettamente, tramite la negoziazione delle proprie azioni.

Ma, come ognuno ha potuto constatare, su questo tema - probabilmente il più grave, anche per le conseguenze che discendono dalla immissione nel mercato di beni essenziali alla sovranità popolare e, pertanto, di carattere (come chi scrive ha avuto modo di illustrare) quasi demaniale - si è registrata, da parte del Governo (ma anche della maggioranza parlamentare che in tale frangente lo ha sostenuto) una tanto imbarazzante, quanto ingiustificabile contraddizione, allorché, pur avendo sostenuto, per bocca di un Sottosegretario, che l’appartenenza delle suddette riserve allo Stato non sarebbe stata infirmata dal d.l. n. 133, ha poi espresso parere negativo su un molto pertinente o.d.g. presentato dal partito Fratelli d’Italia - purtroppo respinto - affinché tale affermazione fosse finalmente tradotta in norma.

Il comunicato ministeriale - ripetendo un tema al quale si fa spesso corrivo ricorso nel nostro Paese - adduce, inoltre, che la riforma dell’assetto proprietario della Banca (il testo, con ingenua prudenza, non connota il sostantivo!), risalente al 1936, sarebbe divenuta urgente «in vista dell’entrata in vigore de nuovo sistema unico di supervisione bancaria in ambito europeo».

Ancora una volta non viene indicato neppure un comma di un qualsivoglia atto normativo europeo che possa dare un qualche fondamento a tale asserzione: e ciò perché, in effetti, come si è già avuto modo di dimostrare, non ve ne sono. Tanto ciò è vero che né la Bce riconduce il provvedimento, a essa sottoposto in sede consultiva, all’adempimento di un obbligo comunitario, né gli altri paesi europei si sono affrettati, tantomeno con decreti d’urgenza, a privatizzare i loro Istituti di emissione.

Ma il diavolo, come si dice, sta nei dettagli: merita infatti di essere segnalato che l’Esecutivo, forse perché ormai certo della conversione del provvedimento - che sarebbe infatti sopraggiunta poche ore dopo - ammette infine che, prima dell’emanazione del d.l. n. 133, la disciplina relativa alla partecipazione al capitale di Bankitalia era quella prevista dal R.D. n. 375/1936, che la riservava a soggetti pubblici.


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