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Economia e Finanza

DL BANKITALIA/ Saccomanni e le "balle" del ministero

Il ministero dell’Economia ha diffuso un comunicato in merito al decreto riguardante la Banca d’Italia. Secondo MARIO ESPOSITO, contiene però molte inesattezze

Fabrizio Saccomanni (Infophoto)Fabrizio Saccomanni (Infophoto)

Una reazione inammissibile e inaudita: il 29 gennaio, mentre alla Camera dei Deputati era in corso l’aspro e nondimeno legittimo dibattito sulla conversione dello sciagurato d.l. n. 133/2013, il ministero dell’Economia, invece di esprimersi, come gli compete, in Aula, ha preferito diffondere il comunicato n. 27, nell’indebito tentativo - corredato ancora una volta di assunti del tutto erronei e caratterizzato da un tono stizzito e irridente - di rintuzzare le penetranti critiche rivolte da vari parlamentari nei riguardi di quella parte del provvedimento che concerne Bankitalia.

Vi si legge, innanzitutto, che «in merito alle nuove regole relative alla partecipazione al capitale della Banca d’Italia, nessun “regalo” è stato fatto alle banche, poiché la rivalutazione del capitale e una più equilibrata ripartizione delle quote di partecipazione alla Banca d’Italia non comportano alcun onere per lo Stato». Vien da chiedersi come il Ministro Saccomanni intenda il concetto di depauperamento e se, a suo avviso, ne sia una manifestazione il caso di una persona che, traendola dal proprio portafogli, ceda una somma ad altri, senza riceverne alcun corrispettivo. Perché tale, in estrema sintesi - sui vari aspetti dell’operazione ci si è già ampiamente soffermati su queste pagine - è la situazione che si è (per ora definitivamente) determinata in forza dei disposti dell’ormai convertito decreto n. 133.

All’opposto di quanto genericamente protestato dal Dicastero di Via XX Settembre - che, come del resto i suoi rappresentanti, si guarda bene dal concedere un cenno a una qualche specifica norma - la rivalutazione del capitale (che, peraltro, le banche non hanno mai sottoscritto, avendolo [illegittimamente] acquisito in esito alla privatizzazione delle banche di interesse nazionale e delle casse di risparmio - il “vecchio” capitale di 300 milioni di lire italiane era stato costituito dallo Stato, allorché, nel 1936, aveva liquidato i precedenti azionisti privati) è stata effettuata portandovi a incremento le riserve statutarie, ossia il frutto dell’esercizio delle funzioni pubbliche confidate all’Istituto centrale, come del resto hanno più volte ribadito tanto il ministro dell’Economia, quanto il Governatore della Banca d’Italia.

Riesce pertanto difficile, per non dire impossibile, comprendere come possa plausibilmente sostenersi che tale incremento di valore non comporti (recte: non abbia già comportato, dal momento che all’attuazione dei precetti del d.l. in questione si è provveduto già prima dello spirare dello scorso anno) oneri per lo Stato.

Parimenti incredibile è l’altra (non meno apodittica) affermazione, secondo cui anche la (sedicente) più equilibrata ripartizione delle quote di partecipazione al capitale di Bankitalia darebbe luogo a un intervento “a costo zero”: ben diversamente, l’art. 4, co. 6, d.l. n. 133/2013 prevede che l’Istituto, «per favorire il rispetto dei limiti di partecipazione al proprio capitale», possa «acquistare temporaneamente le proprie quote di partecipazione e stipulare contratti aventi ad oggetto le medesime», ovviamente pagandole con le proprie risorse. Previsione di tale “delicatezza” da essere stata affiancata, in sede di conversione, da una clausola che fa obbligo a Via Nazionale di riferire «annualmente alle Camere in merito alle operazioni di partecipazione al proprio capitale in base a quanto stabilito dal presente articolo».

Donde un ulteriore onere per le finanze pubbliche, nonché una violazione del divieto europeo di erogare aiuti di Stato, puntualmente eccepita dalla Bce - ancorché con formulazione “diplomatica” - nel parere (tardivamente) richiesto dal Governo solo qualche giorno prima dell’approvazione del decreto legge.