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BANKITALIA/ Oro, banche e quote: chi ci guadagna davvero?

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Il motivo è semplice. Il valore del capitale della Banca d’Italia era fermo addirittura al 1936, al famoso Testo unico bancario, che è tra le migliori leggi che furono mai fatte. Infatti, ci ha preservato da grandi problemi, specialmente quelli dell’ultima crisi finanziaria. Uno degli estensori fu Menichella, che poi diventò governatore della Banca d’Italia.

 

Può fare degli esempi?

Solo per alcune banche sarà un affare. Per quelle che nel frattempo hanno effettuato rivalutazioni. Il caso classico è quello di Intesa Sanpaolo, che è una delle principali azioniste, con addirittura il 42,51% determinato dalle varie fusioni che ci sono state nel tempo. Oppure Unicredit che si trova al 22%; le due insieme hanno di fatto la maggioranza. Intesa, per esempio, ha iscritto a bilancio queste quote per 624 milioni, perché nel frattempo, per aggiustare i suoi conti, ha rivalutato queste quote. Se passasse la rivalutazione che è stata proposta, che si aggira attorno ai 7,5 miliardi di euro, la partecipazione di Intesa invece di 624 milioni varrebbe fra i 2 miliardi e 100 e i 3 miliardi di euro, dipende dalla forbice che va da 7 a 7,5 miliardi. Quindi avrebbe un enorme vantaggio. Unicredit, che ha in portafoglio queste quote a 284 milioni e mezzo, arriverebbe invece a un miliardo e 100-un miliardo e mezzo. La Banca Marche pure, le sue quote varrebbero tra i 30 e i 50 milioni.

 

C’è qualcuno che deve invece svalutare?

Proprio così. Banche come Carige e Mps, che negli anni passati per fare un po’ di cosmesi ai loro bilanci avevano ritoccato le partecipazioni al rialzo, adesso devono svalutare. La quota di Carige, che è del 4%, è iscritta a 892 milioni, mentre con la nuova valutazione varrebbe tra i 201 e 280 milioni. Siena invece valuta il suo 4,3% fra gli 80 e 170 milioni in più. Anche all’interno della proprietà si creano quindi degli scompensi: le due maggiori banche trarrebbero enormi vantaggi, mentre gli altri avrebbero problemi come quelli che ho appena accennato. Tutto ciò nonostante il decreto Tremonti del 2005 (la legge 262/2005, ndr) che prevedeva il trasferimento di quelle quote al Tesoro o ad altro ente pubblico. Siamo andati avanti nonostante quella legge per salvare le grandi banche. E perché i cittadini e le imprese sono considerati i veri prestatori di ultima istanza, visto che non c’è una banca centrale che assolve a questa funzione. Non siamo come la Germania che ha 417 banche con capitale pubblico, noi non ne abbiamo neanche una. Sono quelle dei Land che guarda caso sono fuori dalla legge bancaria europea perché sono sotto il tetto dei 10 miliardi.

 

Che fine faranno le riserve auree?

Qui la questione si fa scottante. L’oro infatti non è della Banca d’Italia, ce lo ha ricordato l’allora governatore delle banca centrale europea Trichet, quando negli anni passati si paventò l’ipotesi di vendere le riserve auree per abbassare il debito. Trichet disse: ma siete sicuri che l’oro appartiene alla Banca d’Italia e non al popolo italiano? È la gestione dell’oro che è demandata alla Banca d’Italia come le stesse riserve valutarie. Se è del popolo italiano, prima di metterci le mani sopra bisogna pensarci su dieci volte e poi lasciarlo. Il problema tuttavia è che la Banca d’Italia, come soggetto demandato alla gestione, acquista valore per il fatto stesso che ha la possibilità di gestirlo. E parliamo della terza consistenza aurea del mondo. È un asset da 2mila 400 e rotte tonnellate di oro! Questa cosa non è stata sufficientemente chiarita. C’è poi un’altra cosa importante.

 

Quale?


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