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GEO-FINANZA/ La lezione del Papa su mercati, speculazioni e iniquità

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4. Inequità e conflitti

EG riporta in maniera molto chiara e netta la relazione tra diseguaglianze e conflitti: “Fino a quando non si eliminano l’esclusione e l’inequità nella società e tra i diversi popoli sarà impossibile sradicare la violenza. Si accusano della violenza i poveri e le popolazioni più povere, ma, senza uguaglianza di opportunità, le diverse forme di aggressione e di guerra troveranno un terreno fertile che prima o poi provocherà l’esplosione.” (n. 59).

Numerosi sono gli studiosi che ritengono esista una relazione fra diseguaglianza e conflitti. I già richiamati Acemoglu e Robinson ritengono che in situazioni caratterizzate da elevatissima diseguaglianza nella distribuzione degli asset, i ricchi potrebbero essere più propensi a impiegare risorse per reprimere eventuali moti di rivolta, che fungano da deterrente per future rivolte e quindi, in questo caso, comunità con una più elevata diseguaglianza manifesterebbero, paradossalmente, una minore propensione alla sommossa.

Ma la letteratura sulle rivolte agrarie degli anni ’60 e ’70, ritiene, invece, che il meccanismo attraverso cui la diseguaglianza porta allo scoppio di un conflitto sia, non tanto la possibilità di guadagni privati, bensì la frustrazione e lo scontento o la destabilizzazione del tradizionale sistema sociale. A questo filone si collega la letteratura sull’ipotesi della cosiddetta land maldistribution, la quale identifica nel malcontento derivante da condizioni di vita disagiate il motore catalizzatore delle rivolte. Quando la proprietà è distribuita in maniera diseguale e i contadini vivono in condizioni di povertà e sofferenza, ai limiti della sussistenza, la probabilità che si verifichi una rivolta aumenta notevolmente e la rivolta diventa quasi inevitabile.

 

5. Qualche riflessione conclusiva

Che un religioso in generale e un Papa cattolico in particolare parlino di equità nella distribuzione del reddito e della ricchezza può non essere un elemento di novità. Da un punto di visto teologico e di Dottrina Sociale della Chiesa, già Giovanni Papa II e Benedetto XVI lo avevano fatto nelle encicliche più recenti, ma ripercorrendo il solco già tracciato da Leone XIII.

Il novum di EG è, però, rintracciabile in almeno due punti:

A) il tono e la perentorietà di alcune affermazioni che hanno indotto alcuni commentatori notoriamente attenti a scivolare in considerazioni affrettate [];

B) la modernità delle visioni socio-economiche che, forse non del tutto consapevolmente, attinge a un crescente e centrale corpus teorico ed empirico della scienza economica che riconosce la ineluttabilità dell’imperfezione dei mercati e delle istituzioni e cerca soluzioni a questo dato di fatto.

Va, però, sottolineato come probabilmente manchi la percezione in EG che tutti gli elementi richiamati possano essere elementi di un sistema (o una visione) più vasto, complesso e completo che vada a consolidare, ridefinire e completare la visione della Chiesa sull’economia di mercato.

 

[9] Cfr. G. Makiw, The Pope’s Rhetoric, post sul suo blog del 30 novembre 2013.

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