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FINANZA/ Italia, la "catastrofe" che nemmeno Draghi può evitare

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Mario Draghi (Infophoto)  Mario Draghi (Infophoto)

Sinn è sempre stato un “falco”, ma non è un irresponsabile e a questo punto propone una grande conferenza tra tutti i paesi dell’Eurolandia per affrontare insieme la questione dello stock del debito. Quello di Sinn è una sorta di scambio: da una parte un rafforzamento delle misure di aggiustamento dei bilanci pubblici (insomma austerità) e dall’altra una messa in comune di quella parte del debito che arriva al 60% del Prodotto interno lordo. Cosa significa in concreto? L’Italia supera il 130% e dovrà comunque agire sul 70% eccedente il limite stabilito dal trattato di Maastricht (a cominciare dal prossimo anno scatta la terribile tagliola del Fiscal compact). Ma in questo modo potrà emettere annualmente titoli non per 400 ma per poco più di 200 miliardi; il resto entra nel fondo comune europeo. Dunque, si pagheranno meno interessi e il disavanzo statale sarà inferiore. Il che consente di fare un po’ di investimenti pubblici soprattutto se il governo saprà tagliare la spesa corrente in termini reali.

Wolfgang Münchau nel suo blog Eurointelligence apprezza la proposta di Sinn, un economista con il quale non va d’accordo tanto spesso, ma ammette che “non c’è alcuna possibilità che ciò accada”. E aggiunge che la crisi dell’eurozona “non va verso una soluzione politica. Alla fine una soluzione si troverà. Ma probabilmente attraverso un processo molto più caotico e che, certo, non durerà poco”. Speriamo che abbia torto, però tutti sappiamo bene che allo stato attuale l’editorialista del Financial Times fotografa correttamente una situazione di fronte alla quale Draghi non può fare molto, perché il dilemma non è più monetario, bensì politico: non è questione di stampare euro per impedire che l’intero sistema resti a secco, ma di sostenere una parziale messa in comune del debito e ciò deriva da una scelta dei governi che, oggi come oggi, Angela Merkel non farà e nessun altro avrà il coraggio né la forza di fare.

Dunque, senza essere profeti di sventura, è chiaro che, ancora una volta, toccherà al mercato scuotere la foresta pietrificata della politica. Poi sentiremo gli stessi che non hanno voluto agire prendersela con il solito complotto pluto-giudaico-massonico. La crisi del sistema monetario europeo nel 1992 non è avvenuta per colpa di George Soros o della Goldman Sachs, ma perché la Bundesbank ha rifiutato un riallineamento concordato delle valute e ha mosso unilateralmente i tassi d’interesse sul marco. È storia, peccato che prevalga sempre la leggenda.

Draghi è ben consapevole del problema, e può darsi che oggi discuta con gli altri banchieri centrali come preparare i sacchetti di sabbia. Molto dipenderà dai margini di manovra che gli daranno non per affrontare il nocciolo della questione (che sta, lo ripetiamo, nelle mani dei governi e di quello tedesco in particolare), ma per evitare il peggio, cioè il collasso dell’unione monetaria sotto i colpi della speculazione finanziaria. Nel 2012 sono stati creati nuovi strumenti e il presidente della Bce ha ottenuto un sostanziale via libera per sfidare apertamente i nemici dell’euro. Ma il sospetto è che questa volta i nemici non siano fuori bensì dentro le mura, i tartari hanno penetrato la fortezza Bastiani, logorata da così lunga e angosciante attesa di uno showdown che non si può rimandare all’infinito.



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