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FINANZA/ Ue e Bce, due fallimenti che "svendono" l'Italia

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Il pericolo vero è un disfacimento incontrollato delle istituzioni europee. Mentre la soluzione ottimale sarebbe un completo cambio di paradigma (e di rapporti delle istituzioni fondato sul principio di sussidiarietà, un principio anche europeo ma ormai lettera morta) con un movimento dal basso, popolare e fatto di scelte condivise. Proprio la strada che le istituzioni europee hanno abbandonato quando le libere scelte dei popoli hanno iniziato a dare risposte negative.

Proprio per riprendere il filo interrotto con i popoli, la Chiesa in Italia ha indetto all’inizio del 2014 un convegno nazionale da tenersi a fine ottobre, meticolosamente preparato da incontri svoltisi in tutte le diocesi italiane. Il convegno si svolgerà il 24-26 ottobre a Salerno e avrà come titolo “Nella precarietà la Speranza”. Quello sarà il primo passo, cioè riprendere il filo interrotto con la società civile e rimettere al centro del progetto sociale l’uomo e i suoi bisogni, insieme al bene comune. Ridare la sua centralità alla Dottrina sociale della Chiesa che, nel momento presente, può essere condensata con la frase durissima contenuta nell’ultima enciclica: “Il denaro non deve governare!”.

Non si tratta quindi di essere antieuropei, ma di chiarire una volta per tutte che le istituzioni europee devono servire al bene comune e che le ragioni del bene comune devono prevalere rispetto alle regole della finanza. E se le istituzioni non sceglieranno questa linea, i popoli hanno il dovere morale di sciogliere certe alleanze perverse, di riprendere la parte di sovranità incautamente affidata e di prendere la propria strada.

L’Unione europea e la Bce sono nate per conseguire degli obiettivi precisi. L’Unione europea è nata per scongiurare nuove guerre e favorire la pace. L’obiettivo è largamente fallito: mai si era sentito il capo di un paese europeo (Renzi) apostrofare un altro dicendo che non ci possono trattare come scolaretti (magari con ragione). La Bce aveva l’obiettivo di favorire il benessere economico controllando la crescita dei prezzi e rendendoci più forti nei confronti di shock esterni. L’obiettivo anche qui è largamente fallito. Il semplice controllo dei prezzi non porta al benessere, soprattutto quando è tanto diffusa la disoccupazione. E l’unione monetaria non ci ha difeso da una crisi nata da fuori e mai uscita dalla zona euro, mentre quelli di fuori si stanno riprendendo (anche grazie alla sovranità monetaria e alla nostra debolezza).

Un quadro desolante, che non può ragionevolmente suscitare una qualche speranza. La speranza non può venire dalle istituzioni, ma dai popoli.

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