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Economia e Finanza

GEO-FINANZA/ Così Asia e Africa possono “salvare” l’Europa

L’Europa è al bordo del baratro, con forti pressioni interne ed esterne che ne mettono a rischio la sopravvivenza. L’analisi di PAOLO RAFFONE sulle strategie da mettere in campo

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L’Europa è al bordo del baratro. Da un lato si è polarizzato il discorso politico europeista, dall’altro si è infranto definitivamente l’equilibrio del suo sistema economico. Il discorso politico è dicotomico: da un lato, la Germania - con Olanda, Austria, Finlandia e Lussemburgo - che insiste sul rispetto delle regole fondative del percorso unionista (da Maastricht a Lisbona e al Fiscal compact), dall’altro, tutti gli altri che, pur se con accenti diversi, propendono per scelte integrazioniste transatlantiche che presuppongono una revisione dei parametri di appartenenza all’eurozona. Una dicotomia sostanziale che trova difficoltà a ricomporsi nel consociativismo collaborativo tra le due famiglie politiche europee, il Pse e il Ppe, ma anche all’interno di ciascuno dei gruppi politici.

Così nasce la nuova Commissione europea guidata dal lussemburghese Jean-Claude Juncker che, da abile manovratore del sistema di governance europea, cerca di trovare una sintesi. Non può sfuggire però che i posti chiave della Commissione siano stati affidati a personalità allineate alla Germania: l’abile giurista tedesco Martin Selmayr, attuale capo del “transition team” e futuro capo di gabinetto di Juncker; l’olandese Frans Timmermans, designato primo vice presidente della nascente Commissione e “supervisore” dell’area economica e monetaria. Si ha l’impressione che la nuova Commissione sarà gestita dal triumvirato Juncker-Selmayr-Timmermans a detrimento della collegialità, e sicuramente a garanzia che gli interessi tedeschi non siano deviati dagli altri.

Questa “Maastricht al rovescio” è la condizione perché la Germania e i suoi satelliti restino nell’eurozona e nella stessa Ue. Di questa impostazione si è avuto contezza durante le audizioni parlamentari dei commissari designati - dall’umiliante trattamento inflitto al francese Moscovici agli emendamenti apportati al testo della svedese Malmstrom - ma anche nel delicato braccio di ferro tra la Corte europea di giustizia e la Bundesferfassungsgericht in materia di compatibilità del programma Omt della Bce con il diritto europeo e costituzionale tedesco.

In sintesi, l’Ue ha strutturalmente condotto all’emergere di un egemone che esercita il proprio potere all’interno dell’Unione ma anche nelle relazioni esterne (principalmente con Usa e Russia). Tuttavia, la situazione è instabile perché il quadro politico di riferimento potrebbe subire pesanti sconvolgimenti con le elezioni presidenziali francesi e americane (2016) e quelle legislative britanniche (2015) e tedesche (2017).

Non è un caso che il 9 ottobre il Financial Times ha lanciato l’allarme sull’eurozona che starebbe diventando l’epicentro di una crisi finanziaria mondiale ben peggiore di quella del 2008. L’azione coordinata di Qe condotta dalle banche centrali americana, giapponese e britannica ha avuto come conseguenza un drenaggio costante di “collaterale di qualità” - titoli di stato sicuri americani, britannici, francesi, tedeschi e giapponesi - stimato a 10 triliardi di dollari, lasciando un vuoto per garantire il collocamento ulteriore di liquidità. Come nota su queste pagine Mauro Bottarelli, se la crisi del 2008 era principalmente legata all’investment banking, quella che si sta preparando è dell’obbligazionario sovrano a livello globale ma con epicentro l’eurozona.