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SPY FINANZA/ La "fuga" sospetta dai mercati che può aprire un'altra crisi

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Sono domande che vale la pena farsi, vi assicuro, perché questo venerdì scadono le opzioni e alla Borsa di Stoccarda girano strane voci rispetto al nostro debito pubblico e a quello spagnolo. Insomma, lo spread potrebbe tornare a farci visita: e potrebbe farlo non portando con sé un vassoio di pasticcini, bensì l’accompagnamento coatto verso la troika, stando anche a un paio di variabili: primo, il fatto che il nostro ministero delle Finanze abbia già messo in conto la probabile bocciatura del Def da parte dell’Ue e i possibili rilievi che la Corte europea potrà muovere verso il programma Omt della Bce, di fatto mai varato ufficialmente, dopo l’audizione di ieri (e state certi che eventuali pareri contrari sulla validità di quel programma di acquisti si tramuterebbero immediatamente in munizioni per la Corte costituzionale tedesca, attesa con il suo parere al riguardo all’inizio del 2015).

Vi siete chiesti perché il Parlamento catalano, dopo tanti strepiti secessionisti, ha deciso di lasciar perdere il referendum sull’indipendenza previsto per il prossimo 8 novembre? Perché in piena tempesta, certe cose non s’hanno da fare: a Madrid qualcuno deve aver tirato fuori dati finora rimasti nel cassetto e riportato a più miti consigli Barcellona e le sue fregole. Non ci vuole molto a capire che il sistema sta saltando, basta dare un’occhiata alle mosse delle banche centrali. Lo so, forse mi riterrete un ossessionato dalle banche centrali, ma sono loro a guidare i mercati e quindi ogni loro mossa va valutata con attenzione enorme. Sul finire della scorsa settimana, sia la Fed che la Bce sono intervenute nel dibattito in atto riguardo il rallentamento - o il peggioramento - della condizione economica globale, dandoci chiare indicazioni.

Cresce, infatti, la preoccupazione della Federal Reserve per una crescita globale debole e per l’impatto del rafforzamento del dollaro sull’economia interna: in particolare si teme che la crescita deludente in Europa, Giappone e Cina possa mettere il freno alle esportazioni americane. È quanto si leggeva nei verbali della riunione del Fomc, il comitato monetario della Banca centrale americana, dello scorso 16 e 17 settembre. Durante il meeting il costo del denaro era rimasto fermo ai minimi storici e il programma di stimoli all’economia era stato ridotto di ulteriori 10 miliardi di dollari a 15 miliardi al mese: la prossima riunione sarà il 28 e 29 ottobre e dovrebbe segnare la fine del piano di acquisto di bond e titoli.

A detta della Fed, il rafforzamento del dollaro, che riduce il costo dei beni e dei servizi importati, potrebbe tenere l’inflazione al di sotto della soglia del 2%, considerata ottimale. «Alcuni partecipanti hanno espresso la preoccupazione che una persistente debolezza della crescita economica e dell’inflazione nell’Eurozona possano portare a un ulteriore apprezzamento del dollaro e avere un effetto avverso sul settore esterno americano», si leggeva nelle minute. Tradotto in lingua corrente: il Qe non può finire, altrimenti viene giù tutto il castello di carte e una buona parte del sistema finanziario. Ergo, si troverà una soluzione da qui a fine mese: gettare la colpa sull’aggravamento delle condizioni della ripresa globale, qualche dato macro che di colpo volgerà al brutto oppure ancora si darà vita al “taper”, ma dopo un paio di settimane di volatilità alle stelle, spread a cannone e correzioni dei corsi, si farà ricorso alla vecchia arma dell’emergenza per far ripartire in qualche modo le misure di stimolo.

Anche perché il rallentamento giapponese non è questione di lana caprina, come ci dimostra questo grafico: siamo a livelli decisamente poco confortanti, se messi in prospettiva con il diluvio di soldi che la Bank of Japan ha messo in circolo, di fatto devastando il mercato obbligazionario interno con i suoi acquisti lungo tutto l’arco delle scadenza e lungo tutte le asset classes.

 


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