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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Crollo Borse, l'Italia è il "bersaglio"

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E attenzione perché da questa settimana è ufficiale che anche la Germania perde colpi ed entra nella lista nera dei paesi osservati speciali della zona euro: dopo il dato negativo sulle esportazioni (-5,8% ad agosto) e l’indice Zew relativo alle attese economiche sceso a ottobre a -3,6 punti dai 6,9 punti registrati a settembre, il governo tedesco non ha infatti potuto far altro che tagliare le stime sul Pil, visto ora in aumento dell’1,2% quest’anno dal +1,8% stimato in precedenza. Nel 2015 crescerà solo dell’1,3%, decisamente meno del 2% previsto prima: «L’economia tedesca naviga in acque difficili», ha ammesso il ministro dell’Economia, Sigmar Gabriel, puntando il dito sulle numerose crisi geopolitiche, in particolare sulle tensioni tra Russia e Ucraina e sul generale rallentamento dell’economia globale. E attenzione, perché c’è qualcuno che ha smesso di ipotizzare e ha cominciato a prospettare uno scenario che porti a una sell-off obbligazionaria innescata proprio da una normalizzazione del mercato e quindi dal timore, anticipatorio, di un aumento dei tassi di interesse. Cosa succederebbe?

Il timore innesca una vendita da panico, spedisce centinaia di investitori obbligazionari verso la porta di uscita alla disperata ricerca di qualcuno che, sull’altro fronte, voglia comprare: il risultato è chiaro, la liquidità evapora, i rendimenti salgono e gli Stati Uniti - ma non solo loro - rischiano di ritrovarsi dentro una nuova crisi del debito che, anche questa volta, nessuno sembra aver visto arrivare. A dar vita a questa sorta di simulazione è stato il TABB Group, nella fattispecie il dipartimento reddito fisso guidato da Anthony J. Perrotta, il quale ci ricorda il precedente del maggio 2013, quando le parole di Ben Bernanke riguardo un anche solo ipotetico rialzo anticipato dei tassi schiantò i mercati emergenti dando vita al cosiddetto “taper tantrum”.

Certo, la calma tornò con la fine dell’estate, ma Perrotta è certo che questa volta la paura sottotraccia dei mercati per un qualcosa di inatteso potrebbe giocare un brutto scherzo, visto che l’eccessiva concentrazione di chi opera ispirato dalle ragioni quasi auto-incoraggianti che depongono a favore di tassi bassi ancora a lungo, potrebbero distrarre tutti dal problema che sta sotto la superficie, ovvero lo sbilanciamento strutturale già in atto da tempo e sempre più crescente tra il volume dei cosiddetti “price takers”, ovvero i manager di fondi obbligazionari e “price makers” tradizionali, ovvero i cosiddetti dealers. L’estate di quest’anno ci ha dato un assaggio di questa situazione, quando si attivarono pesanti outflows di capitali dai bond corporate ad alto rendimento e anche la scorsa primavera, quando un rapido aumento dei tassi causò un reazione negativa in correzione.

Il cuore di questo scenario è appunto il mercato obbligazionario, che solo quest’anno ha già visto iniettati dai compratori qualcosa come 80 miliardi di dollari ma che vede chi sta sul fronte della vendita di quella carta in posizione non poi così comoda e semplice: soprattutto sui grandi trades - ovvero con più di 25 milioni di dollari di valore nozionale - abbiamo già registrato un calo del 23% dal 2008, mentre la grandezza media per i cosiddetti “round lots”, ovvero lotti di trade divisibili per 100 - sono calati nello stesso periodo del 15%. Insomma, il timore è che in caso di un evento che spaventi il mercato si crei un esodo verso la stessa linea di uscita, con una carenza di liquidità che si sostanzi sul lato dell’acquisto e che vada a schiantare il mercato.