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GEO-FINANZA/ Lo scontro Usa-Germania che passa per Deutsche Bank

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Dopo di lui, la Germania è governata da Angela Merkel, che, senza deviare dalla linea di Ostpolitik di Schröder (finché ha potuto), invece ha operato alacremente per realizzare il progetto Waigel in Europa. Così la Germania è passata, in poco meno di un decennio, da importante economia regionale ad attore di rango globale.

Ma come ha fatto Josef Ackermann (2000-2013)? In poco tempo la Deutsche Bank è diventata un trader mondiale dei derivati, cioè quei contratti il cui prezzo futuro è stabilito in anticipo anche di un paio di decenni. Si stima che a oggi il suo portafoglio totale dei derivati valga circa 55 triliardi di euro, cioè 5 volte il Pil dell’Ue, una cifra quasi equivalente al Pil mondiale. Ma il dato più sconvolgente è che questa massa di valore cartaceo è stata costruita con una leva finanziaria di oltre 100 volte rispetto al capitale depositato che è di 522 miliardi di euro. L’esposizione della banca verso le economie della periferia europea è minima (18 miliardi in Italia, 12 in Spagna e quisquiglie in Grecia).

È evidente come l’ascesa di un attore di queste proporzioni abbia infastidito la City di Londra, dove i giganti bancari Hsbc e Barcalys si sentivano insidiati proprio nel settore dei derivati che gestivano in quasi monopolio con le banche americane (Goldman Sachs e Lehman Brothers). Dopo la crisi del 2007-2008 la Lehman Brothers è stata “sacrificata”, mentre la Deutsche Bank ha continuato a lucrare (2004-2008) ben 32 miliardi di dollari proprio con i Cdo (obbligazioni di debito collateralizzato) sul mercato immobiliare americano.

Si può ben immaginare che i risentimenti verso Deutsche Bank siano molti e crescenti. Considerata l’enormità del portafoglio dei derivati della banca tedesca è abbastanza chiaro che semmai si dovesse procedere a un bail-in nessuno degli attori europei potrebbe intervenire, mentre la Fed americana sarebbe disposta a farlo (può stampare denaro a piacimento).

È su quest’ultimo punto, infatti, che si consuma lo scontro sul suolo europeo. La Fed ha interesse a che la Deutsche Bank non imploda perché causerebbe un danno diretto al settore finanziario americano simile o peggiore a quello della Lehman Brothers del 2008. Tuttavia, ogni aiuto ha un costo. Così la pressione sulla banca tedesca è mantenuta a bassa intensità con multe sicuramente irrisorie se si comparano a quella comminata nel 2014 alla francese Bnp Paribas (9 miliardi di euro). In cambio è la gestione politica della Germania che deve adeguarsi alle necessità americane: sanzioni alla Russia; sostegno negli interventi militari e di sicurezza; rilassamento delle regole di austerità nell’eurozona con l’obiettivo di mantenere a galla le economie più problematiche.