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FINANZA/ L'allarme che "frena" le banche più del credito

Pubblicazione:domenica 19 ottobre 2014

L'Eurotower di Francoforte, sede della Bce (Infophoto) L'Eurotower di Francoforte, sede della Bce (Infophoto)

Recentemente il Financial Times raccontava con un certo distacco (solo a pag. 15) l’asta di danaro che la Bce ha messo a disposizione del sistema bancario europeo e la scarsa richiesta, 82 miliardi su quasi il doppio disponibile. Il giornale britannico è onesto nel resoconto: l’asta è solo la prima di otto, le banche europee attendono l’esito delle verifiche della Bce sulla loro solidità, in vista di un sistema unificato di vigilanza e di soluzione delle crisi che promette di dare un nuovo volto alla stabilità finanziaria europea. Solo che lo scettico giornalista non ci crede che le banche vogliano assumersi il rischio del credito nell’ottica della ripresa e pensa che quello è stato “the moment when the countdown to quantitative easing began”. Cioè l’inizio dell’ultimo, eventuale jolly di Draghi per l’Europa, ovvero sbrigativamente l’acquisto da parte della Bce direttamente di titoli pubblici, dopo aver acquisito titoli confezionati dalle banche per consentire loro di restare attive sul mercato. Che però (rispetto al prestito finalizzato a finanziare l’economia) è come sostenere da sotto uno che nuota invece che insegnargli a nuotare da solo.

È il tema forse un po’ abusato del credito. Abusato perché l’impresa ne dipende troppo. Il Direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, giorni fa ricordava che alla fine del 2013 in Italia i prestiti delle banche coprivano il 40% di passività di famiglie e imprese, contro il 15% degli Stati Uniti, il 23% della Francia, il 30% del Regno (ancora) Unito. In Italia il “capitalismo molecolare”, secondo la felice definizione di Aldo Bonomi, dipende troppo dalle banche, lo riconoscono tutti. E questo è un tema urgente e aperto. L’altro è la banca che deve decidere di se stessa, in uno scenario che è al redde rationem di tante parole.

Alessandro Profumo al festival dell’Economia di Trento, 2014, condivideva lo scenario di una trasformazione in atto vera e radicale che fra le altre cose necessita di un “cambiamento profondo delle competenze”. Fuori dagli spazi culturali i toni crescono. Un anno fa l’Abi ha disdettato all’improvviso e molto in anticipo sulle naturali scadenze il contratto della categoria affermando l’urgente necessità di una profonda riflessione sul sistema bancario. Nel documento che anticipava la mossa, l’organismo di rappresentanza delle banche osserva che la prospettiva è quella di una categoria di imprese condannata a “non riuscire a conseguire margini di guadagno in Italia”. E per di più è l’Abi stessa a stigmatizzare una rete fatta di 55 filiali per 100.000 abitanti, contro la media europea di 41 e paesi come l’Olanda che si fermano a 17.

E con una forza lavoro “culturalmente distante dalle nuove esigenze”, “indisponibile al cambiamento, alla riconversione e alla riqualificazione professionale”, in definitiva le cui “competenze e professionalità non risultano più coerenti con un modo di fare banca assolutamente diverso”. Una buona ricerca, indipendente e universitaria, dovrebbe dire a chi spetta la responsabilità del descritto degrado di un asset cruciale quali sono le risorse umane in aziende private e di servizi come le banche. Dove la merce è la fiducia, sono soliti dire i banchieri.


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