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Economia e Finanza

IDEE/ "L'eresia" che può dare il via alla ripresa

Negli anni, il potere di acquisto degli italiani è cresciuto, portando benessere e lavoro, salvo poi crollare negli ultimi anni. Bisogna cambiare paradigmi, spiega MAURO ARTIBANI

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Tu devi crescere in quei pantaloni, tua sorella nella gonna! In quel tempo passato e con quella capacità di spesa si faceva categorico l’imperativo di mia madre. Lei e mio padre non erano da meno: rivoltavano i cappotti per farli durare. Allora funzionava tutto così. Un film veniva spremuto come un limone, dentro cinema di 1a, 2a, 3a visione; le vacanze fatte pendolando al mare in 4 sulla moto di papà. La domenica poi doppia festa, quella religiosa e quella profana del pollo arrosto nel piatto. La tenzone 8/900esca dentro la fabbrica, tra capitale e lavoro, si inaspriva. Mio padre operaio, stava lì, battagliava. In quel passato remoto, insomma, affaticati dal bisogno, ci si dava da fare.

Da allora a oggi son passati 50 anni, molta acqua sotto i ponti e molta strada dal bel tempo andato. Dentro questo tempo lungo venne pure il tempo della congiuntura favorevole. Una nazione in bilico sul bordo di un mondo diviso tra democrazia e comunismo ci rese appetibili, venimmo foraggiati per stare di qua. Se poi nella corsa allo sviluppo stavamo più indietro di altri, meglio: un affare tutto quel bisogno da soddisfare, tutta quell’italica creatività da far fruttare e quel lavoro da assegnare, buono per far guadagnare e spendere!

Tant’è, ringalluzziti dall’incipiente profusione le donne ci misero l’utero, gli uomini lo sperma e vennero al mondo tanti baby, quelli poi detti boomers. Pur essi da soddisfare. Se tanto mi da tanto cosa c’è di meglio, per spingere al massimo l’impiego delle risorse produttive, se non rendere merce tutto-quel-che-serve-per-vivere. Il valore aggiunto sta nel trasformare in beni e servizi gli atti della vita. Acquistati diventano ricchezza. Se tutti possono acquistare, si genera ricchezza a più non posso, per tutti o quasi. Escono così dalla fame famiglie, nazioni, pure continenti per la prima volta nella storia del consorzio umano.

Se tocca a tutti, tocca pure alla mia famiglia, piano, piano, magari a rate. Prima la casa, piccola ma confortevole, poi la “cucina economica”, più in là pure la televisione e ancora il telefono, così quando arriva la “seicento” mia sorella sbotta: siamo ricchi; mio padre si inorgoglisce, mia madre si commuove. Ricchi no; passo dopo passo, però, stavamo lasciando la condizione del bisogno.

Non finì qui, facemmo altro. Io, ficcato d’imperio nella neocategoria dei “giovani”, dovetti fare di più. Mi ficcai tra i 68’ini, quelli del “vogliamo tutto e subito”. Dentro quella baraonda trovai pure Proraso che faceva la barba ai Beat e Mary Quant che faceva moda con le minigonne per vestire le rivoluzionate dal sesso. Ecco sì, la moda, il transeunte come dicono quelli che sanno; l’obsolescenza programmata, come pensano le imprese che mi vestono e mi svestono, quando fa loro comodo. Quando poi si arriva “all’usa e getta” si scopre l’arcano. Senza trucco né inganno venne prodotto più di quanto potessimo acquistare. Le imprese misero insieme arzigogoli di ogni sorta: aumentarono stipendi e salari e alla bisogna offrirono credito al consumo come se piovesse; con il marketing e la pubblicità costruirono la domanda. A noi non restò che acquistare.