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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ La "bomba" che spaventa la Cina più di Hong Kong

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La Asian development bank (Adb) la scorsa settimana ha messo in guardia dal fatto che l’area debba prepararsi per una contrazione della liquidità e possibili fughe di capitali a ridosso del termine del Qe statunitense di fine ottobre: «Se il mercato obbligazionario della regione è rimasto calmo per tutto il 2014, ora i rischi stanno salendo, il peggiore dei quali è un aumento anticipato dei tassi da parte della Federal Reserve». Sempre la Adb sottolinea che, tracciando il proprio Bond Monitor, i Paesi emergenti dell’Asia hanno emesso la somma record di 1,1 triliardi di dollari di obbligazioni denominate in valuta locale nel secondo trimestre di quest’anno, portando lo stock totale a 7,9 triliardi di dollari: la gran parte di questo debito, però, è con scadenza inferiore ai tre anni, quindi con forte criticità sul roll-over. Oltretutto la somma non include gli 1,5 triliardi di dollari di prestiti bancari cross-border e gli oltre 1,2 triliardi di obbligazioni in valuta estera, molte delle quali in dollari e detenute da aziende locali.

L’emissione obbligazionaria nell’area lo scorso anno è salita del 36% in Vietnam e del 32% a Hong Kong, mentre proprio la Cina recita la parte del leone per quanto riguarda i bond in circolazione: soltanto la China Railway conta per qualcosa come 975 miliardi di dollari di debito denominato in yuan e la China State Grid per 415 miliardi. La Banca per i regolamenti internazionali (Bri), non a caso, ha dedicato il suo ultimo report trimestrale al crescente utilizzo della leva e all’indebitamento in dollari dei mercati emergenti, specialmente in Asia: stando a loro calcoli, i prestiti cross-border alla Cina sono cresciuti del 49% a quota 1 triliardo di dollari nell’anno conclusosi lo scorso marzo. Per la Bis, «il denaro ultra-facile che ha inondato i mercato ha portato a una richiesta monodirezionale verso il rendimento, portando enormi flussi di investimento verso i mercati emergenti. In molte giurisdizioni, le grandi aziende sono volontariamente entrate nel tunnel dei bassi tassi di interesse a livello globale e hanno enormemente aumentato la loro emissione internazionale di debito. Questa scelta potrebbe essere fonte di potenti feedback in caso di shock sui tassi di cambio o di interesse. Tutto questo ci appare familiare, le danze continuano fino a quando la musica non si ferma. I mercati non saranno più così liquidi quando ci sarà maggior bisogno proprio di quella liquidità e purtroppo l’illusione della liquidità permanente oggi è molto più diffusa e prevalente di quanto non fosse in passato».

In netto contrasto con quanto accaduto sul finire degli anni Novanta, gli Stati asiatici si sono finanziati a debito ma nelle loro valute e hanno quindi uno stock di debito estero non enorme, a fronte invece di solide riserve, ma la Bri teme che la regione potrebbe essere vulnerabile attraverso altri canali, ad esempio l’indebitamento privato in dollari o l’estrema sensibilità all’aumento dei tassi di interesse sul debito locale. D’altronde, l’ultima crisi asiatica legata proprio ai timori per il “taper” della Fed è recente, ovvero del maggio-giugno dello scorso anno, quando i timori che la Fed agisse in anticipo diedero vita al cosiddetto “taper tantrum” che innescò enormi fughe di capitali, costringendo le banche centrali a manovre spericolate per bloccare la caduta libera delle loro valute: nonostante questo, passata la buriana, si è continuato a creare montagne di debito, grazie ai soldi facili garantiti da tassi mediamente all’1% a livello globale.


COMMENTI
02/10/2014 - Fatti destardi. (Renato Mazzieri)

Complimenti a Bottarelli. Anche per il coraggio di descrivere i fatt. Presto ne saranno scoperti altri. E saranno ancora peggio. C'è sempre un misto di terrore e di prepotenza in chi sa di avere esagerato.