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SPY FINANZA/ La "bomba" che spaventa la Cina più di Hong Kong

Pubblicazione:giovedì 2 ottobre 2014

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Mentre, tra una coda e l’altra per l’iPhone 6, l’Occidente si straccia le vesti per i giovani di Hong Kong, sottotraccia una nuova crisi sta prendendo forma, proprio in quell’area. Le ratio di debito nei Paesi asiatici in via di sviluppo hanno infatti superato i picchi raggiunti quando la precedente crisi esplose nei tardi anni Novanta, con le aziende che si sono finanziate con somme senza precedenti in dollari, lasciando la regione altamente vulnerabile a qualsiasi mossa di contrazione monetaria della Fed.

Stando a un report di Morgan Stanley, il debito estero dei Paesi asiatici è salito negli ultimi dieci anni da 300 miliardi di dollari agli attuali 2,5 triliardi, creando il rischio concreto di uno shock valutario se il dollaro dovesse continuare a salire, rompendo il livello massimo da quattro anni a questa parte e sfondando i punti chiave di resistenza tecnica. Con l’esclusione del Giappone, infatti, il gap credito/Pil dei paesi asiatici ha raggiunto livelli superiori a quelli del 1997, un qualcosa che deve far temere e parecchio se posto in relazione con il super-dollaro di questi giorni.

Per la banca d’affari americana, quanto sta accadendo ha forti similitudini con il caso di Northern Rock nel 2007: le banche locali hanno infatti abusato dei mercati di capitali, espandendo il credito molto più rapidamente della crescita dei depositi, di fatto divenendo a rischio di solvibilità a causa di assenza di capitale liquido se la crisi si concretizzasse. Il misuratore principale di questa situazione è proprio il gap tra credito e Pil, ovvero la cartina di tornasole di come l’espansione dei prestiti abbia sopravanzato il sottostante trend di crescita dell’economia: nel 1997, il picco di quella ratio toccò il 10%, mentre oggi, sempre a causa del diluvio di liquidità che giungeva da Occidente grazie alle politiche espansive delle banche centrali e da quella cinese sotto il precedente Governo, il gap è già a quota 15%, prova chiara dell’esaurimento del credito a fronte di una produttività in stallo e di un rallentamento dell’economia nell’intera regione.

Il team di analisti valutari di Morgan Stanley ritiene che l’area potrebbe essere colpita su due fronti: uno squeeze del credito legato all’aumento dei tassi Usa, che farebbe salire il costo del finanziamento in tutto il mondo, e un altro squeeze sul tasso di cambio legato a posizioni ribassiste sul dollaro. Di fatto, una variabile che aggrava l’altra. Di più, gli analisti tecnici della banca d’affari ritengono che il dollaro stia per rompere il suo trend ribassista trentennale, proprio grazie all’atteggiamento più da falco della Fed: il dollar index - un paniere che comprende diversi tassi di cambio del biglietto verde - dovrebbe salire fino a 92 entro il prossimo anno, se riuscirà a rompere il punto di resistenza posto a 87. Una mossa tale sarebbe comparabile allo shock globale del dollaro che causò disastri non di poco conto vent’anni fa.


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COMMENTI
02/10/2014 - Fatti destardi. (Renato Mazzieri)

Complimenti a Bottarelli. Anche per il coraggio di descrivere i fatt. Presto ne saranno scoperti altri. E saranno ancora peggio. C'è sempre un misto di terrore e di prepotenza in chi sa di avere esagerato.